Gli scarti agroalimentari potrebbero valere molto di più: perché oggi vengono sprecati

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Erika Fameli
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Con agro-food waste si indicano gli scarti e i sottoprodotti che provengono dall’agricoltura, dall’industria alimentare e dalla distribuzione. In Italia la loro gestione è a dir poco pessima, e si stima che il 70% di questi rifiuti non viene utilizzato, e 130.000 tonnellate all’anno non sono valorizzate.

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Cibi, E
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L’Italia non è certamente uno dei Paesi più all’avanguardia per quanto riguarda il riciclo e la gestione dei rifiuti, ma si stanno facendo importanti passi in avanti in determinati campi. Purtroppo, l’agroalimentare non è uno di questi, e ogni anno il nostro Paese genera una quantità enorme di agro-food waste, ossia di scarti e sottoprodotti provenienti da:

  • agricoltura,
  • industria alimentare,
  • distribuzione.

Attualmente il 70% di questi rifiuti non viene utilizzato, e una buona parte di essi potrebbe essere valorizzato. Si tratta di circa 130.000 tonnellate annue di scarti alimentari che vanno perse e che, invece, potrebbero essere trasformate in energia e biochar, un materiale che resta sul terreno e intrappola la CO2.

Agro-food waste

Agroalimentare
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A fornire i dati degli sprechi alimentari è Lucrezia Lamastra del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Alimentari per una filiera agroalimentare Sostenibile dell’Università Cattolica del Sacro Cuore (campus di Piacenza), che ha pubblicato diversi articoli sul tema sia sul Journal of Environmental Management che sul Journal of Environmental Chemical Engineering. Ogni anno i residui agricoli superano i 5 miliardi di tonnellate nel mondo, e comprendono steli, gambi, foglie, baccelli di semi, erbacce, paglie di cereali, biomassa di palma da olio e fibre vegetali naturali non legnose; mentre quelli zootecnici consistono in materia organica comunemente associata all’allevamento di animali. Si tratta di scarti che, in realtà, potrebbero essere riutilizzati e trasformati in materiale energetico, ma che effettivamente vengono sprecati.

L’Italia, in questo, è purtroppo una maestra. Nel nostro Paese, infatti, la distribuzione geografica delle soluzioni tecnologiche che permettono di recuperare l’agro-food waste e produrre ammendanti per il suolo è concentrata principalmente al Nord, in regioni come la Lombardia, l’Emilia-Romagna e il Veneto. Qui la presenza agroindustriale è più forte e si trovano anche sistemi di compostaggio, digestione anaerobica e combustione a livello industriale. La loro presenza al Centro è intermedia, mentre il Sud ha ancora poche infrastrutture, nonostante un grande potenziale in termini di biomasse.

In Italia non si recupera il 70% degli scarti

Scarti, Alimentari
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Oltre alle tecnologie già mature come quelle menzionate, si può ridurre lo spreco del settore agro-alimentare anche con soluzioni di livello intermedio: pirolisi, gassificazione e processi di fermentazione avanzata. Si tratta di innovazioni che sono presenti in Italia principalmente come impianti pilota o progetti sperimentali, anch’essi soprattutto dislocati al Nord. Stesso discorso vale per le tecnologie emergenti, come quelle che usano batteri e funghi per produrre biomateriali o composti ad alto valore. Lamastra spiega che:

La sfida nei prossimi anni sarà proprio quella di integrare e scalare le tecnologie più avanzate, per passare da una logica di semplice gestione dei rifiuti a una vera valorizzazione industriale degli scarti agroalimentari.

La presenza di infrastrutture dedicate è ancora limitata e distribuita in modo frammentato sul territorio, e nonostante le esperienze pilota, il settore ha ancora molto da imparare e da svilupparsi. In Europa le leggi a riguardo stanno aumentando, e si può prendere spunto anche dalle innovazioni dei Paesi vicini, come la Svizzera, che ha iniziato a produrre energia dalle piume di pollo.

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