Butti l’olio di frittura? Potrebbe avere un valore molto più grande di quanto immagini

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Erika Fameli
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È possibile dare nuova vita all’olio esausto oltre al biocarburante? Secondo gli studi dell’Università di Pisa, sì: questo scarto si può utilizzare per realizzare materiali tecnici per auto, edifici e industria. Ecco come, e quali sfide sono ancora aperte sul fronte della circolarità dell’olio esausto in Italia.

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Olio, Frittura
Photo by everweedcbd – Pixabay

L’impiego più comune dell’olio esausto, un materiale di scarto abbondante non solo in Italia, ma in tutta Europa, è finalizzato alla produzione di biocarburante. In questo senso, l’olio esausto viene trasformato per ricavarne schiume, lubrificanti, adesivi e polimeri e per ridurre la dipendenza dalle fonti fossili. Esistono però, anche altri usi per questo materiale?

Diverse ricerche portate avanti dagli scienziati dell’Università di Pisa (svolte in collaborazione con il Politecnico di Bari e l’Università di Bologna) dicono di sì. Secondo loro, l’olio di frittura esausto si può utilizzare anche per creare:

  • portiere di automobili,
  • pareti di casa,
  • escavatori nei cantieri.

Nuova vita per l’olio esausto

Olio, Frittura
Photo by Hans – Pixabay

Gli studi che hanno portato gli scienziati dell’Università di Pisa a proporre l’olio esausto come nuova fonte di materiali per l’edilizia, l’industria e la meccanica, iniziano nel 2024, quando il materiale di scarto è stato usato per ottenere polioli destinati alla realizzazione di nuove schiume poliuretaniche rigide sostenibili. Nel 2025 un altro articolo dimostra che con l’olio esausto si può generare una schiuma poliuretanica flessibile con circa l’80% di contenuto bio-based, provando che si tratta di un materiale ecologico e modificabile in termini di rigidità e prestazioni meccaniche. Successivamente, sempre nel 2025, un’altra ricerca aggiunge a questa schiuma dei materiali capaci di immagazzinare e rilasciare calore in base alla temperatura esterna: quando si superano i 36°C passano dallo stato solido al liquido e assorbono energia termica, per poi rilasciare il calore accumulato quando la temperatura diminuisce e tornano allo stato solido.

Questa soluzione, applicata alle pareti di un edificio, contribuisce a limitare gli sbalzi di temperatura e a ridurre i consumi per il riscaldamento e il raffrescamento. Infine, nel 2026, gli scienziati dimostrano che i materiali a cambiamento di fase, se racchiusi in microscopiche capsule di silice, durano di più: le capsule evitano le fuoriuscite durante la transizione allo stato liquido e mantengono le prestazioni elevate anche sul lungo periodo. In questo modo, l’olio esausto supera la sua funzione di second hand basata unicamente sui biocarburanti, e si approccia anche all’edilizia.

Sfide e problemi da risolvere

Olio, Frittura
Photo by LuizFernandoMiguel – Pixabay

Inserire l’olio esausto nell’architettura green, però, presenta ancora delle criticità. Innanzitutto, riguardo la disponibilità del materiale, poichè le percentuali di recupero variano molto di area in area, e poi riguardo la competizione tra le diverse destinazioni d’uso. Infine, c’è da considerare la parziale dipendenza dal petrolio e il carattere ancora dimostrativo e preindustriale dei risultati ottenuti finora dagli studiosi, che rende necessario valutare la stabilità del processo, i costi e la produzione su ampia scala. Maurizia Seggiani, professoressa del dipartimento di Ingegneria civile e industriale dell’Università di Pisa spiega che:

In uno scenario globale instabile, in cui l’accesso alle materie prime energetiche e chimiche dipende sempre più da vincoli geopolitici, investire in alternative alle fonti fossili è una scelta ambientale ma anche industriale. La ricerca deve anticipare i cambiamenti, sviluppando soluzioni che contribuiscano a ridurre la vulnerabilità delle filiere produttive. In questo quadro, valorizzare e trasformare l’olio esausto significa rafforzare l’autonomia tecnologica e costruire modelli produttivi più resilienti, capaci di rispondere alle sfide dei prossimi anni.

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