Affitti brevi: cosa cambia con la nuova legge

Autore:
Raffaele Di Ciano
  • Laurea in Belle Arti
Tempo di lettura: 5 minuti

Sembra esserci finalmente un compromesso sugli affitti brevi in manovra di bilancio, che metterebbe fine una volta per tutte alle discussioni che negli ultimi tempi hanno infiammato le associazioni di categoria e i gestori: ecco cosa ha deciso il governo sulle tasse da pagare, sulla cedolare secca e sulle esclusioni.

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Nei mesi scorsi uno dei dibattiti più accesi della manovra di bilancio ha riguardato gli affitti brevi e la loro tassazione. Attualmente la cedolare secca che i gestori devono pagare è fissata al 26%, che per il primo immobile in affitto può scendere al 21%, ma l’idea del governo era quella di alzare la tassazione. Per farlo, nel corso delle ultime settimane, sono state avanzate diverse ipotesi:

  • fissare la percentuale al 26% per tutti gli immobili in affitto breve;
  • introdurre una percentuale intermedia al 23%;
  • tassare maggiormente chi usufruisce dei servizi di intermediazione (Airbnb, Booking, agenzie immobiliari, ecc.).

In questo quadro piuttosto complesso però, sembra essere finalmente arrivato il compromesso tanto atteso, che mette fine una volta per tutte alle discussioni in materia, e fissa in via definitiva il futuro degli affitti brevi per il 2026: ecco cosa ha deciso il governo in materia.

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Il compromesso sugli affitti brevi sembra consistere nell’aumento al 26% della tassazione, esclusi i primi immobili in affitto, con il vincolo dello scatto dell’attività d’impresa a partire dalla terza abitazione. Sembra sparire, quindi, il collegamento con gli intermediari, che di fatto metteva parecchi bastoni tra le ruote ai vari Airbnb, Booking e similari. Se da un lato questa notizia è positiva, dal governo arriva una stretta maggiore riguardo l’obbligo di aprire una partita IVA.

Attualmente l’attività di impresa scatta al quinto immobile in affitto, mentre se la manovra dovesse passare senza ulteriori modifiche, il numero di immobili che sarà possibile affittare senza aprire una partita IVA sarà ridotto a tre. Si tratta di un bel cambiamento, che obbligherebbe chi ha già 4 immobili in affitto a rivedere completamente la loro gestione e, eventualmente, anche ad eliminarne uno dal mercato. C’è chi crede che questa mossa possa spingere i proprietari a convertire, almeno in parte, il patrimonio degli affitti brevi alle locazioni standard, ma la correlazione tra le due tematiche non è direttamente consequenziale.

La crisi abitativa

Affitto, Soldi
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Se è vero che gli affitti brevi hanno tolto immobili al mercato delle locazioni standard, è altrettanto vero che non sono loro a rappresentare il nodo della crisi abitativa in cui versa l’Italia. Gli affitti brevi, infatti, riguardano solamente il 2% delle abitazioni presenti in Italia, con percentuali massime che arrivano al 6% nelle città più turistiche.

Ne è un esempio Roma, che negli ultimi 5 anni ha visto cambiare enormemente il mercato delle locazioni, ma non a causa degli affitti brevi. I problemi principali, che riguardano le case vuote e inutilizzate e le scarse tutele della proprietà quando un inquilino è moroso, non hanno quindi nulla a che fare con gli affitti brevi, che anzi creano giro d’affari e permettono a chi ha più di un immobile di metterlo a reddito senza dover incappare in tutti gli svantaggi che si incontrano nelle locazioni a lungo termine.

Uno degli ostacoli maggiori all’allentamento della pressione della crisi abitativa in Italia ha a che fare con la fiscalità, che penalizza gli affitti lunghi, e per risolverlo non è necessario irrigidire la tassazione sugli affitti brevi, ma piuttosto alleggerire quella sulle locazioni a lungo termine. Non resta quindi che attendere la Legge di Bilancio per vedere quali saranno le sorti degli affitti brevi e dei loro gestori.

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