Rinnovabili: l’ultima frontiera sono i pannelli solari spaziali
Rinnovabili, l’ultima frontiera sono i pannelli solari spaziali. Un progetto ambizioso per rispondere alla crescente crisi energetica e contrastare i danni del cambiamento climatico.

Nel campo delle energie rinnovabili il settore del fotovoltaico rappresenta senz’altro una delle armi migliori su cui puntare. Allo stato attuale fornisce quasi 5 milioni di posti di lavoro a livello globale e le prospettive future fanno più che ben sperare in una rapida crescita degli occupati. Scienziati, ingegneri e altri esperti sono quindi sempre all’opera per studiare soluzioni innovative che possano rendere l’energia solare utilizzabile in diversi modi. In questa direzione l’ultima frontiera parla di un progetto ambizioso che arriva “direttamente” dallo spazio.
Rinnovabili: l’ultima frontiera sono i pannelli solari spaziali

Per rispondere in maniera decisa alla crescente crisi energetica e per contrastare i danni del cambiamento climatico l’Agenzia spaziale europea (Esa) chiederà ai Paesi dell’Unione di finanziare un progetto che prevede l’installazione di pannelli solari in orbita nello spazio. Un’idea che sembra uscita direttamente da un film di fantascienza ma che in realtà fa parte del programma Solaris che mira a fornire energia pulita e a contribuire alla decarbonizzazione dell’economia Ue.
Secondo quanto scritto sul sito dell’Esa, entro il 2050 le energie rinnovabili, soprattutto solare ed eolico, rappresenteranno quasi il 90% della produzione di elettricità. Questa prospettiva aprirà un divario nell’offerta, data la natura intermittente di queste fonti. Una lacuna che non potrà essere colmata in maniera affidabile da soluzioni di storage come le batterie. Per questo motivo si è deciso di puntare sul solare spaziale, una soluzione definita “promettente”, che potrebbe fornire energia “pulita, scalabile, conveniente e disponibile in qualsiasi parte del mondo”.
Entrando nello specifico di questo nuovo e ambizioso progetto, la raccolta di energia solare dovrebbe avvenire tramite enormi pannelli -satelliti in orbita geostazionaria all’altitudine di circa 36mila chilometri. Ognuno di questi dovrebbe avere una superficie di circa 15 chilometri quadrati. Ma come trasportare l’energia raccolta nello spazio sulla Terra? L’Agenzia vorrebbe farlo attraverso un sistema wireless che però presenta alcune problematiche. Innanzitutto è stato testato su distanze più corte rispetto a quelle previste dal programma Solaris e la sua costruzione richiederebbe almeno 20 anni. Inoltre bisognerebbe affrontare anche la questione relativa alla perdita di energia durante l’attraversamento dell’atmosfera.
Un altro punto dolente è rappresentato dai costi e dai finanziamenti. Per riuscire a costruire e mandare in orbita il primo pannello-satellite in grado di produrre 15,7 TWh di energia elettrica all’anno, ci sarebbero da spendere circa 20 miliardi di euro. Una cifra, come evidenziato dalla stessa Esa “equivalente alla costruzione di una nuova centrale nucleare”. Un ostacolo rilevante soprattutto tenendo conto che per rifornire l’Europa con almeno il 10% del fabbisogno annuo di elettricità, servirebbero tra i 20 e i 25 pannelli solari spaziali.
Nel frattempo la macchina si è già messa in moto. L’Esa ha affidato all’azienda franco-italiana Thales Alenia Space uno studio di fattibilità dell’opera, da condurre seguendo una specifica roadmap.
I pannelli-satelliti non sono un’utopia

Oltre al progetto dell’Esa, al solare spaziale stanno già lavorando in maniera concreta anche la Cina, per mezzo del programma ZhuRi, che significa caccia al Sole, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. E proprio da quest’ultimi due Paesi giungono notizie di progressi importanti che dimostrano quanto l’obiettivo sia realizzabile. A giugno del 2023, infatti, l’università americana di Caltech è riuscita a trasportare l’energia prodotta da un piccolo pannello orbitante fino alla Terra.
Ancora più notevole quanto realizzato nel Regno Unito, dove le Università di Surrey e Swansea hanno testato in orbita, per ben 6 anni, delle celle al tellururo di cadmio (CdTe) di ultima generazione. L’esperimento, che in principio sarebbe dovuto durare soltanto dodici mesi, ha fornito degli ottimi risultati, dimostrando che il fotovoltaico a film sottile utilizzato è in grado di resistere al vuoto, alle difficili condizioni termiche spaziali e alle radiazioni ionizzanti.
Siamo molto lieti che una missione progettata per durare un anno funzioni ancora dopo sei anni. Questi dati dimostrano che i pannelli hanno resistito alle radiazioni. E la loro struttura a film sottile non si è danneggiata nelle dure condizioni termiche e di vuoto dello spazio. Questa tecnologia potrebbe portare alla realizzazione di grandi centrali solari a basso costo dispiegate nello spazio, inviando energia pulita sulla Terra. Adesso abbiamo la prima prova che la tecnologia funziona in modo affidabile in orbita
ha dichiarato con entusiasmo il professor Craig Underwood, dell’Università del Surrey.