Danni ambientali della Guerra del Golfo: la denuncia dell’Iran
L’Iran denuncia i danni ambientali della Guerra del Golfo di Hormuz, che in questi mesi ha devastato un’area geografica incredibilmente grande, mettendo a rischio numerosi ecosistemi sia marini che terrestri. L’impatto più importante proviene dagli sversamenti in mare, che stanno minacciando chilometri e chilometri di coste.
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Da mesi ormai non si sente parlare d’altro, e la Guerra che sta interessando lo Stretto di Hormuz è entrata nella vita quotidiana non solo di chi si trova nei territori del conflitto, ma delle persone in tutto il mondo. Il caro-carburante sta rendendo la vita difficile al settore turistico e a quello dei trasporti, mentre la dipendenza dalle energie provenienti da fonti fossili sta inasprendo la situazione bollette in moltissimi stati europei, tra cui anche l’Italia.
C’è un aspetto di queste tensioni, però, di cui non si è ancora parlato: quello ambientale. La guerra sta provocando danni enormi ai territori che circondano lo Stretto di Hormuz, e l’Iran ha lanciato un allarme. Ecco come stanno realmente le cose, e quali sono gli ecosistemi più a rischio.
Danni ambientali della Guerra del Golfo

A spingere l’Iran a lanciare l’allarme ambientale per i danni della Guerra del Golfo è uno sversamento di petrolio, una macchia nera di circa 2.000 kmq, che mette a rischio oltre 40 km di costa. I residui oleosi scuri sono comparsi lungo le coste di Qeshm pochi giorni fa, e si stanno allargando verso:
- la spiaggia di Soza,
- l’area di Shib Deraz,
- le foreste di mangrovie di Hara,
- il villaggio di Naqasheh.
Qeshm è la più grande isola del Golfo Persico, e misura circa 1.500 kmq. Le foreste di mangrovie di Hara coprono 20.000 ettari e costituiscono aree di produzione e di alimentazione per pesci, uccelli migratori e mammiferi marini. Le coste meridionali dell’isola, inoltre, sono un’area di nidificazione per la tartaruga marina embricata, classificata come in pericolo critico di estinzione dall’IUCN. Si tratta, quindi, di danni ingenti, per cui il ministero degli Esteri ha già chiesto un risarcimento, aggiungendo che:
Il ripristino dell’ecosistema marino dello Stretto di Hormuz, del Golfo Persico e del Mare di Oman e la prevenzione di ulteriori inquinamenti devono far parte di qualsiasi futuro accordo di gestione per lo Stretto di Hormuz. Tutte le parti che traggono beneficio dal traffico commerciale in questo tratto di mare hanno una responsabilità legale e morale nel far fronte ai danni ambientali.
Ecosistemi in pericolo

Questo incidente, per quanto grave, è solo l’ultimo esempio di decenni di inquinamento, e da solo si stima che abbia causato danni per migliaia di miliardi di dollari alle aree costiere dell’Iran. Secondo TankerTrackers, un servizio di monitoraggio marittimo, le immagini satellitari mostrano una chiazza in espansione, che proviene probabilmente dalla Minoan Pioneer, una nave battente bandiera liberiana che è stata colpita da un ordigno lo scorso 3 agosto. L’impatto ha provocato un incendio, il blackout totale della sala macchine e la scomparsa di un membro dell’equipaggio.
Il problema principale, a questo punto, è che i fondi internazionali di indennizzo per l’inquinamento da idrocarburi escludono esplicitamente le responsabilità per i danni causati da un atto di guerra o da ostilità. Il punto, quindi, è chi dovrà addossarsi la colpa dello sversamento e pagare per sanare la situazione. Nel frattempo però, gli ecosistemi sono in sofferenza, e la biodiversità a rischio estremo: mentre l’Europa fa i conti con il costo dell’energia, la fauna selvatica locale rischia di soccombere per questa macchia nera che sta divorando i mari.