Piante contaminate da nanoplastiche: rivelato un nuovo pericolo
Le nanoplastiche si trovano ormai ovunque, anche nelle piante, e il caldo ne favorisce l’assorbimento. Lo studio condotto presso l’Università di Pisa.

A quanto pare, l’aumento delle temperature favorisce l’assorbimento delle nanoplastiche da parte delle piante. É quanto emerge da una ricerca condotta da un gruppo di studiosi dell’Università di Pisa e pubblicata sulla rivista Plant Physiology and Biochemistry che, per la prima volta, sottolinea quanto il cambiamento climatico possa impattare sull’inquinamento da nanoplastiche.
L’esperimento
Nel corso della sperimentazione, i ricercatori hanno utilizzato come pianta modello la Azolla filiculoides Lam, una piccola felce acquatica galleggiante dotata di radici fluttuanti e sottili che assorbono le sostanze presenti nell’acqua.
Come inquinante, invece, sono state scelte nanoplastiche di polistirene, tra le più comuni e diffuse, tanto da essere impiegate per la produzione di posate e piatti usa e getta, imballaggi e contenitori da asporto.
I dati rilevati hanno mostrato che a una temperatura di 35°C la presenza di nanoplastiche aumenta vertiginosamente all’interno della pianta, il che causa un deterioramento dei parametri fotosintetici e un aumento dello stress ossidativo e della tossicità nelle piante. Non solo, perchè grazie all’uso di nanoplastiche fluorescenti, i ricercatori hanno anche potuto tracciare con estrema precisione l’assorbimento e la distribuzione sia nei tessuti, sia negli organi delle piante.
A spiegare cosa avviene nello specifico sono state due ricercatrici coinvolte nello studio, Monica Ruffini Castiglione e Carmelina Spanò:
Il maggior assorbimento di nanoplastiche in condizioni di alte temperature da parte delle piante solleva preoccupazioni riguardo al possibile impatto sulle colture di interesse agronomico, con implicazioni potenzialmente rilevanti per l’ingresso di queste sostanze nella catena alimentare. Il nostro studio sottolinea come i cambiamenti climatici non solo sono in grado di amplificare gli effetti negativi dei rifiuti plastici, ma possano anche creare nuove sinergie pericolose tra fattori ambientali e inquinanti, aggravando ulteriormente le sfide ecologiche già esistenti. Questo deve aumentare la nostra consapevolezza e portare a un maggiore impegno verso comportamenti più sostenibili, come ridurre il consumo di plastica monouso.
Il primo di una lunga serie
L’esperimento condotto presso l’Università di Pisa nasce dalla consapevolezza che le piante sono organismi molto sensibili e, al tempo stesso, resilienti allo stress climatico e ambientale. Questo loro duplice aspetto le rende modelli perfetti per studiare l’impatto dei contaminanti sugli organismi viventi, soprattutto in un contesto come quello attuale profondamente segnato dai cambiamenti climatici.
Ecco perché questa ricerca, svolta in collaborazione con l’Ibbaa Cnr e l’Università di Siena, è una pioniera nello studio delle interazioni tra piante e nanoplastiche e dimostra, per la prima volta e a livello ultrastrutturale, in che modo le cellule vegetali assorbono e distribuiscono i nanomateriali attraverso le radici.

Ma non solo, perché questa ricerca deve (o dovrebbe) servire a sottolineare come l’inquinamento da plastica stia lentamente ma inesorabilmente distruggendo il nostro Pianeta e quanto sia, ormai, indispensabile introdurre nuove politiche per preservare le straordinarie bellezze naturali che contraddistinguono numerose parti del mondo.