Pesci drogati e uccelli aggressivi: come i farmaci gettati in mare cambiano gli animali

Autore:
Marica Maria Musumarra
Tempo di lettura: 3 minuti

Tra pesci e uccelli dipendenti dagli antidepressivi, i farmaci che finiscono negli scarichi idrici cambiano gli animali mettendoli in pericolo.

Uccelli dipendenti dagli psicofarmaci
Photo by fotoblend – Pixabay

I farmaci umani smaltiti in mare cambiano gli animali, restituendoci pesci e uccelli drogati e dipendenti dagli psicofarmaci. L’allarme, lanciato dalla rivista Nature Sustainability, deriva dal crescente inquinamento farmaceutico moderno: le aziende farmaceutiche, infatti, inondando gli scarichi idrici dei loro scarti stanno causando modifiche profonde e significative alla fauna, dal comportamento all’anatomia.

In che modo i farmaci condizionano la salute degli animali?

Una volta arrivati in mare, i farmaci causano profondi cambiamenti negli animali che inevitabilmente li assumono: la pillola contraccettiva, per esempio, determina l’inversione del sesso in alcuni pesci, causandone il collasso numerico se non l’estinzione; alcuni uccelli non temono più i loro predatore poiché assuefatti dagli effetti degli antidepressivi; alcune specie ittiche da prede sono diventate predatori.

Insomma, i principi attivi contenuti in alcuni farmaci si trovano ormai nelle acque di tutto il mondo e oltre a modificare le caratteristiche di alcuni animali, potrebbero poi essere ingeriti dagli stessi esseri umani. Si tratta, quindi, di un problema globale che mette a rischio non solo la biodiversità, ma anche la salute umana.

Aziende farmaceutiche sotto accusa

Gli scienziati sono estremamente preoccupati, al momento, e ritengono che l’intera industria farmaceutica debba rivedere la formulazione dei farmaci in modo da renderli più ecologiche. Le strade da percorrere possono essere tante, anche perché i farmaci giungono in mare sia attraverso gli scarichi delle aziende, sia attraverso i sistemi fognari domestici.

Inquinamento da farmaci in mare
Photo by Aviavlad – Pixabay

A destare particolare allarmismo negli scienziati è stato un episodio in particolare che ha come protagonista il diclofenac, un antinfiammatorio comunemente somministrato al bestiame in Asia meridionale e che, tra il 1992 e il 2007, ha provocato una riduzione di oltre il 97% della popolazione di avvoltoi. Non solo, perché poco dopo il Paese ha evidenziato una crescita esponenziale di casi di rabbia causati da quei cani che si nutrivano delle carcasse di bestiame che, giustamente, non venivano più mangiate dagli avvoltoi.

Più educazione e informazione per personale sanitario

Uno studio recente ha rilevato che su una concentrazione di 61 farmaci provenienti da 104 Paesi e 1052 località fluviali, il 43% dei luoghi coinvolti presenta residui di gran lunga superiori rispetto ai livelli di sicurezza per la salute ambientale.

Sempre secondo gli scienziati, il ciclo di vita dei singoli farmaci andrebbe rivisto con l’obiettivo di impattare il meno possibile sugli ecosistemi e, al contempo, tutto il personale sanitario (medici, farmacisti, infermieri e veterinaria) dovrebbe essere non solo informato, ma anche educato, sulle possibile conseguenze dei farmaci sull’ambiente.

In sostanza, i farmaci potrebbero essere formulati in modo da decomporsi più facilmente e rivelarsi più ecologici, riducendo i livelli di inquinamento durante il loro intero ciclo di vita. Così facendo, si rivelerebbero più efficaci e sicuri non solo per la salute umana, ma anche per quella degli animali selvatici che vivono in prossimità di mari, laghi e fiumi

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