Mediterraneo: non ci sono più pesci, colpa dell’inquinamento
La denuncia parte dal WWF: niente più pesci per colpa dello sfruttamento degli stock ittici e, ovviamente, dell’inquinamento.
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Il 58% degli stock ittici del Mar Mediterraneo è sovra sfruttato e se a questo si aggiungono gli effetti del cambiamento climatico sull’ecosistema marino appare inevitabile che dei pesci in mare non resti più alcuna traccia.
La campagna Our Future del WWF
Il WWF su questa situazione assume una posizione netta e radicale: la domanda di prodotti ittici in Europa è troppo alta, considerando che un cittadino europeo consuma in media 24 chili di pesce ogni anno, con gli italiani in testa (31,21 chili di pesce pro capite l’anno).
Il tema dello sfruttamento marino è al centro della campagna Our Future promossa da WWF, oltre che di estrema urgenza soprattutto in Italia, dato che il Mar Mediterraneo è in evidente sofferenza. Le specie marine maggiormente colpite sono sardina, nasello, gambero e triglia di fango, ma non manca l’incidenza della pesca illegale che mette quotidianamente a rischio gli ecosistemi marini e le economie locali.
Dati allarmanti
Da quanto emerge dai dati attuali, si evince che al momento si sia consumato già tutto il pesce finora pescato e quello che verrà pescato di qua alla fine dell’anno. I singoli cittadini, ovviamente, non se ne accorgono, anche perché una buona parte del pesce che va a finire sulle tavole proviene dall’estero, ma la situazione rimane comunque invariata.
Tralasciando il consumo eccessivo e mettendo un attimo da parte il sovrasfruttamento degli stock ittici, subentra un ulteriore problema: l’inquinamento determinato dalla grave crisi climatica in corso. Sempre secondo il WWF, l’87% del Mar Mediterraneo è soggetto a inquinamento derivante da metalli tossici, plastica e sostanze chimiche industriali.
Si tratta di fattori che non solo inquinano, ma mettono anche in serio pericolo la salute umana: negli ultimi 20 anni, le morti determinate dalle moderne forme di inquinamento sono aumentate del 66% raggiungendo i 9 milioni di decessi l’anno.
Il ruolo della crisi climatica
D’altra parte, c’è anche la crisi climatica che sta mettendo a rischio il 50% della produzione mondiale di pesce. Questo perché il riscaldamento degli oceani sta riducendo le popolazioni ittiche e molte zone tropicali potrebbero diminuire del 40% entro il 2100.
Il Mar Mediterraneo, poi, nello specifico sta subendo il fenomeno della tropicalizzazione: molte specie autoctone sono costrette a spostarsi per via dell’aumento delle temperature lasciando il posto a specie invasive.
Le possibili soluzioni
Se, da una parte, il WWF lancia l’allarme, dall’altra propone soluzioni accessibili per arginare le conseguenze: si potrebbero aumentare le protezioni in aree specifiche del Mediterraneo, in modo che gli habitat marini possano riprendersi e gli stock ittici ricostituirsi. Al contempo, si potrebbe ridurre il consumo di pesce e incoraggiare la pesca sostenibile.

Ecco perché ciò che ogni singolo abitante può fare è controllare l’etichetta del pesce e verificarne la provenienza e il metodo di cattura. Meglio acquistare pesce adulto, locale e di stagione e optare per specie poco comuni evitando quelle sovra sfruttate. Si tratta di piccoli gesti quotidiani che, sommati a quelli compiuti da tanti altri abitanti, possono contribuire a limitare gli effetti della crisi climatica e a preservare gli ecosistemi marini non solo del Mediterraneo ma dei mari di tutto il mondo.