Il cambiamento climatico fa impennare il costo del cibo
Secondo uno studio gli impatti del clima sulla produttività economica indicano che il cambiamento climatico inciderà sulla stabilità dei prezzi. L’inflazione alimentare infatti potrà arrivare al 3,2% ogni anno. A risentirne maggiormente saranno Africa e Sud America.

Il cambiamento climatico e l’innalzamento delle temperature causeranno un aumento dell’inflazione sui beni alimentari, fino a 3,2 punti percentuali all’anno, entro il 2035. Secondo quanto riportato da uno studio pubblicato sulla rivista Nature Communications Earth & Environment questo effetto sarà avvertito in tutto il mondo, sia dai Paesi ad alto reddito che da quelli a basso reddito, ma in particolare nel Sud del mondo.
Come per altre conseguenze del cambiamento climatico, l’Africa sarà la più colpita nonostante abbia contribuito poco alle sue cause. Con il continuo peggioramento dei cambiamenti climatici, questa inflazione dei prezzi significherà che sempre più persone in tutto il mondo non avranno una dieta varia e sana, o semplicemente non avranno abbastanza cibo.
I dati

I ricercatori hanno esaminato come il riscaldamento globale ed i suoi effetti abbiano inciso sull’inflazione già in passato. Il settore che ne risentirà maggiormente sarà quello dell’agricoltura, i cui beni saranno più a rischio a causa degli impatti della crisi climatica. Come già è a rischio da tempo la produzione di cacao mondiale, secondo quanto riportato da una recente ricerca.
Secondo quanto sostiene Max Kotz, uno degli autori dello studio:
l’aumento delle temperature farà aumentare drasticamente il costo dei beni alimentari, in particolare nei paesi e nelle stagioni più calde. Considerate quelle che saranno le condizioni climatiche future, l’impatto diventerà consistente, incidendo di 1-3 punti percentuali all’anno sull’inflazione alimentare entro il 2035, rendendo difficile mantenere la stabilità dei prezzi per le banche centrali.
Nel frattempo, l’inflazione a livello globale potrebbe risultare in media dello 0,32-1,18% all’anno, sempre secondo lo studio. Trainata proprio dai prezzi del comparto alimentare, la cui instabilità rappresenta una minaccia per il benessere economico, così come per la stabilità politica, sottolinea lo stesso rapporto. Che, a tal proposito, cita l’aumento dei prezzi del biennio 2021-2022, che ha spinto altri 71 milioni di persone al di sotto delle soglie di povertà in tutto il mondo, secondo le Nazioni Unite.
Inflazione: colpiti Paesi ricchi e Paesi poveri
La pressione sull’inflazione non riguarderà soltanto le nazioni più povere della Terra. Saranno colpiti infatti sia i Paesi più avanzati sia i più poveri. In base all’aumento delle temperature quindi le regioni più calde, saranno quelle ad essere più esposte. Lo studio indica quindi in particolare l’Africa e l’America Latina come le macro-aree che saranno maggiormente interessate. Alle alte latitudini, invece, si registrerà una forte stagionalità, con i momenti più complicati concentrati nei mesi estivi.
Secondo il rapporto, un aumento di 1 grado Celsius della temperatura media mensile ha un impatto sui prezzi fino a un anno, proprio come un eccesso di pioggia, ma l’impatto sui prezzi è di breve durata solo quando deriva da un eccesso di siccità. Lo studio ha analizzato in particolare l’estate europea del 2022, caratterizzata da caldo estremo e siccità, che hanno provocato impatti importanti sull’agricoltura e sull’economia.
Stimiamo – ha concluso Kotz – che le condizioni dell’estate 2022 abbiano spinto l’inflazione alimentare in Europa di circa lo 0,6%. Il riscaldamento climatico che si prevede di qui al 2035 esacerberà gli impatti di tali eventi.
Gli autori suggeriscono inoltre, che il cambiamento climatico probabilmente aumenterà il prezzo dei prodotti alimentari in futuro, ma la mitigazione delle emissioni di gas serra e gli adattamenti basati sulla tecnologia potrebbero limitare sostanzialmente questo rischio per l’economia globale.