Dalla Cina una plastica che si autodistrugge in un mese
La Cina regala sempre grandi emozioni quando si tratta di innovazione: ecco che arriva la prima plastica composta da spore attive che, a contatto con l’ambiente, si degrada rapidamente.

L’inquinamento da plastica ha raggiunto record a dir poco drammatici; ben 52 milioni di tonnellate di rifiuti in plastica vengono dispersi ogni anno nell’ambiente, causando non pochi problemi al Pianeta e, soprattutto, alla salute umana. Ma ci pensano i cinesi a trovare una soluzione: una plastica che contiene al suo interno spore attive in grado di velocizzare il processo di smaltimento una volta entrate a contatto con l’ambiente.
Una plastica che “mangia se stessa”
Un recente studio condotto dall’Università di Leeds conferma che il 13% di tutto il materiale plastico prodotto ogni anno (circa 400 milioni di tonnellate) non viene smaltito correttamente, andando a disperdersi nell’ambiente. Anzi, per essere corretti, più della metà viene bruciata rilasciando sostanze tossiche e inquinanti nell’aria.
Per contrastare questa devastante forma di inquinamento, la ricerca scientifica cinese ha proposta una soluzione innovativa: una plastica in grado di autodegradarsi una volta entrata a contatto con l’ambiente grazie a spore batteriche inserite al suo interno. In sostanza, si tratta di una plastica che “mangia se stessa” che, se mai verrà replicata a livello globale, riuscirebbe a ridurre notevolmente il tasso di inquinamento attuale.
Bastano appena 30 giorni per scomparire
Lo studio, condotto presso la Chinese Academy of Sciences e guidato dal biologo Chenwang Tang, ha sviluppato un prototipo di questa speciale plastica che impiegherebbe appena 30 giorni per autodistruggersi, a differenza della plastica non biodegradabile che, a distanza di secoli, non scompare mai del tutto.
Per far sì che ciò avvenga, i ricercatori hanno aggiunto alla plastica realizzata con PCL (un polimero biodegradabile) delle spore batteriche scoperte qualche anno fa in Giappone che, se attivate, avviano il processo di decomposizione e lo accelerano.
Queste spore restano dormienti finché la plastica non inizia a degradarsi; a questo punto, rilasciano gli enzimi che velocizzano la decomposizione del materiale e la loro azione continua fino a quando il materiale plastico non si autodistrugge del tutto.
Addio nanoplastiche
Il metodo impiegato dai ricercatori cinesi supera un altro ostacolo, molto importante: la degradazione della plastica, in questo caso, non comporta la sua trasformazione in micro e nanoplastiche che, nonostante siano invisibili all’occhio umano, sono estremamente dannose per ambiente, persone e animali.
Stavolta si parla di biodegradazione, grande alleata dell’ambiente e anche del settore alimentare, dato che i ricercatori hanno dimostrato che la plastica dotata di spore può essere impiegata anche per i packaging industriali.
I vantaggi di questa soluzione sono evidenti e innegabili, ma presentano anche qualche dubbio: i ricercatori, infatti, temono che la plastica possa decomporsi prima del previsto in determinate condizioni ambientali, o che i batteri responsabili della decomposizione possano diffondersi e infettare l’ecosistema circostante.

Tenendo conto, però, che il consumo e la combustione di plastica sono ormai fuori controllo, una soluzione come quella proveniente dalla Cina potrebbe essere un primo passo per cercare di contrastare seriamente questo fenomeno, con l’obiettivo di salvaguardare la salute animale e umana e, soprattutto, la sopravvivenza di interi ecosistemi.