Ci sono sempre meno otarie in Australia: colpa dell’inquinamento
Ci sono sempre meno otarie in Australia, e i cuccioli sono diminuiti di oltre il 40% in soli 9 anni. Secondo gli studiosi, la colpa è tutta dell’inquinamento, che ostacola la sopravvivenza di questi animali e che, nell’isola di Deen Maar, sta facendo strage di numerose altre specie.
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Ogni estate l’isola di Deen Maar, al largo della costa sud-occidentale dello Stato australiano di Victoria, si riempiva di migliaia di otarie. Oggi, si contano appena 700 cuccioli. A dimostrare la sofferenza delle otarie è anche una strana alopecia, che compromette l’isolamento termico e mette a rischio la sopravvivenza.
Per ora nessuno studio ha ancora dimostrato una correlazione tra i due fenomeni, ma su una cosa gli scienziati sono concordi: la colpa è dell’uomo, e dell’inquinamento che ha portato nel mare.
Ci sono sempre meno otarie in Australia

L’isola di Deen Maar è famosa per l’alta presenza di otarie, ma da 9 anni a questa parte i nuovi nati sono diminuiti del 40%, e oggi se ne contano appena 700. L’isola si trova a circa 8 km dalla costa, nei pressi di Port Fairy e rappresenta una delle principali dimore riproduttive delle otarie orsine australiane. O meglio, rappresentava. Se si guarda ancora più indietro, infatti, il divario tra la popolazione di oggi e quella di ieri è ancora più ampio: nel 2007 il numero di cuccioli era più alto del 65%. Il declino, che si sta verificando anche in altri territori, appare qui particolarmente marcato, e si affianca anche ad un altro fenomeno: un’alopecia diffusa.
Molti animali, soprattutto giovani femmine, presentano perdita di pelo sul corpo, il che è particolarmente pericoloso, in quanto la pelliccia funge da barriera termica contro le gelide acque australiane. Se la barriera che separa la pelle dall’acqua viene meno, l’animale disperde più calore e consuma più energia per mantenere costante la temperatura corporea, portando gli animali ad ammalarsi più facilmente e ad indebolirsi. Gli studiosi non hanno ancora individuato una singola infezione in grado di spiegare il fenomeno, ma evidenziano una combinazione di possibili fattori nutrizionali e ambientali:
- concentrazioni più elevate di metalli,
- contaminanti organici persistenti negli animali colpiti.
L’inquinamento e l’azione umana

L’inquinamento provocato dall’uomo, quindi, sembra essere la risposta più ovvia ai problemi di salute delle otarie australiane dell’isola di Deen Maar. Ora l’obiettivo dei ricercatori è capire quali sono le aree di alimentazione delle otarie e capire se esistono zone del mare dove le otarie entrano in contatto con sostanze contaminanti. Per farlo, il Phillip Island Nature Parks e i gruppi Sea Country delle comunità tradizionali intendono seguire gli spostamenti degli animali, ricostruirne la dieta, vedere dove cacciano e trovano fonti di sostentamento. Un altro dato da considerare è che le otarie si trovano in cima alla catena alimentare, e mangiano pesci, cefalopodi e altri organismi che a loro volta hanno assorbito sostanze presenti nell’ambiente.
Questo vuol dire che alcuni contaminanti possono concentrarsi progressivamente lungo la rete alimentare, e che ciò che si trova nei tessuti dei grandi predatori marini può dire molto sulla qualità dell’ambiente nel quale vivono e si alimentano. I problemi di salute, però, non riguardano solo le otarie: nei pinguini sono state rilevate elevate concentrazioni di alluminio e titanio. Questo indica che, sebbene non esista un collegamento dimostrato né sia stata ancora individuata una fonte precisa di contaminazione, è necessario annoverare tra le possibili sorgenti da esaminare anche le attività industriali che si trovano lungo la costa intorno a Portland.