Dichiarata inammissibile la prima causa climatica contro lo Stato italiano
Il Tribunale civile di Roma ha bocciato la causa per inazione climatica intentata da associazioni e attivisti nei confronti dello Stato italiano, dichiarandola “inammissibile” per difetto di giurisdizione.

“To be, or not to be, that is the question”, dopo oltre due anni e mezzo il Tribunale di Roma ha scelto di restare nel limbo, decidendo di non decidere in merito al procedimento “Giudizio Universale“, la causa intentata da un collettivo composto da 24 associazioni e 193 individui, tra cui 17 minori ai tempi della prima udienza, datata giugno 2022, contro l’inazione climatica dello Stato italiano.
Dichiarata inammissibile la prima causa climatica contro lo Stato italiano

Portando a supporto dei loro argomenti una corposa documentazione relativa alle conseguenze dei cambiamenti climatici, alla vulnerabilità dell’Italia e agli accordi internazionali che la obbligano ad agire in modo molto più incisivo, gli attivisti speravano che lo Stato fosse dichiarato inadempiente e perciò condannato a ridurre le emissioni climalteranti in maniera massiccia entro il 2030.
In primo grado il Foro ha invece dichiarato la causa “inammissibile” per difetto di giurisdizione, affermando in pratica che in Italia non esistono tribunali in grado di decidere su questo tema. Non una bella figura, oggettivamente, considerando che, in molti Paesi europei, contenziosi climatici simili si sono conclusi con importanti sentenze di accoglimento.
Gli attivisti però non si arrendono e hanno già preannunciato che la battaglia andrà avanti.
Si tratta di un’occasione persa per le istanze sociali e ambientali nel nostro paese. Ma la volontà di non esprimersi del tribunale di Roma non comporta che non ci siano i presupposti per una condanna dello Stato. Secondo il tribunale nessun giudice italiano può tutelare i diritti fondamentali minacciati dalla inefficienza delle politiche climatiche dello Stato, come avvenuto in molti Paesi europei. È una scelta di retroguardia. Non possiamo negare di essere delusi dall’esito del processo ed è certo che impugneremo la decisione
ha commentato Marica Di Pierri, portavoce dell’associazione A Sud, capofila dell’iniziativa.
Una sentenza che contrasta i Diritti dell’Uomo

Il team di giuristi e avvocati della “Rete legalità per il clima“, che finora hanno seguito la causa, ha affermato che la sentenza va in tutt’altra direzione rispetto a quanto previsto dalla Carta dei Diritti fondamentali dell’UE e dalla CEDU, la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo:
La sentenza per un verso si pone palesemente in contrasto con la Carta dei diritti fondamentali dell’UE e con la CEDU, strumenti di tutela che non contemplano limiti di accesso al giudice nelle questioni climatiche, come già riconosciuto dalla giurisprudenza di numerosi Stati europei. Per l’altro verso è anche contraddittoria, perché, da un lato, riconosce la gravità e urgenza letale dell’emergenza climatica, dall’altro, però, statuisce che in Italia non esisterebbe la possibilità di rivolgersi a un giudice per ottenere tutela preventiva contro questa situazione, nonostante siffatta tutela sia stata riconosciuta dalla Corte costituzionale. Pertanto, sussistono tutti i presupposti per impugnarla.
Duro anche il commento di Marjan Minnesma, direttrice di Urgenda, la fondazione olandese protagonista del celebre caso che nel 2020 ha portato alla storica condanna climatica dei Paesi Bassi:
C’è un divario crescente tra le promesse dei nostri governi e le azioni che intraprendono nell’affrontare l’emergenza climatica. La sentenza Urgenda nei Paesi Bassi ha dimostrato che i tribunali hanno un ruolo cruciale nell’esaminare se i governi stiano facendo abbastanza per ridurre le emissioni di gas serra e quindi salvaguardare i diritti fondamentali dei loro cittadini.