Agricoltura autoctona: così si possono salvare le aree degradate

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Erika Fameli
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Attraverso una filiera di agricoltura autoctona si possono salvare le aree degradate. Così il progetto IN.E.R.BIO intende creare nuove opportunità di reddito nelle aree rurali e salvarle dal degrado e dall’abbandono. I primi risultati in Veneto, dove il sistema ha rinvigorito il Vicentino.

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Recuperare le aree degradate è un dovere ambientale, ma consente al tempo stesso di creare nuove opportunità economiche per le aziende agricole. Da questa visione che unisce la necessità di crescita economica al bisogno di tutelare di più i territori in stato di abbandono e degrado, nasce l’idea di IN.E.R.BIO, un progetto che coinvolge agricoltori, ricercatori e istituzioni e che ha come obiettivo quello di utilizzare semi e materiale vegetale autoctono per recuperare aree degradate del territorio.

In un momento storico caratterizzato dalla supremazia delle specie aliene, in cui le identità locali faticano a sopravvivere, un’iniziativa di questo tipo riporta speranza, propone un’alternativa e fornisce gli strumenti giusti per il recupero di molte aree in declino.

Agricoltura autoctona per salvare le aree degradate

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IN.E.R.BIO (Inerbimenti per Ecosistemi Resilienti e Biodiversi) è un progetto nato in Veneto e che ha come obiettivo quello di sviluppare una nuova filiera dedicata interamente alla produzione di materiale vegetale autoctono, destinato alla riqualificazione di superfici degradate. L’iniziativa si propone di recuperare e valorizzare le praterie naturali e seminaturali come fonte di semi e specie locali, da utilizzare negli interventi di rinverdimento di aree come:

  • scarpate stradali,
  • cave dismesse,
  • aree industriali,
  • frane,
  • piste da sci,
  • superfici soggette a degrado ambientale.

Per raggiungere quest’obiettivo, è stato realizzato un catasto geolocalizzato delle praterie potenzialmente utilizzabili come siti donatori, che individua 1.200 aree e più di 600 ettari da inserire nella filiera. Gli agricoltori e i gestori di prati e pascoli che operano su queste aree svolgeranno un ruolo centrale nel progetto, mettendo non solo a disposizione i propri terreni, ma anche fornendo materiale vegetale ricco di semi autoctoni destinato agli interventi di inerbimento.

I primi risultati positivi

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Nella zona della provincia di Vicenza, e più precisamente a Recoaro Mille, i primi risultati positivi sono già visibili. Qui, infatti, è in corso il recupero di una frana in località Fantoni, dove il progetto ha piantumato 30 quintali di erba verde provenienti da un prato limitrofo, ripristinando il cotico erboso su una superficie complessiva di 3.500 mq. A Valbrenta, invece, è in programma la riconversione a pascolo di un’ex cava di marmo rosso di Asiago, mentre sull’Altopiano di Asiago, nel comprensorio sciistico delle Melette, si recupererà una porzione di pascolo in quota.

Si tratta di un progetto ad ampio raggio, che coinvolge l’Università di Padova, l’Unione Montana Spettabile Reggenza dei Sette Comuni, Vi.abilità, l’Associazione regionale Albo dei Cavatori del Veneto e alcune aziende agricole del territorio vicentino. In un momento storico dove si parla unicamente di specie aliene e di invasione dei territori, progetti di questo tipo non solo forniscono nuova linfa vitale agli ecosistemi ambientali ma fungono anche da base per creare nuove sinergie, nuove opportunità e nuove ripartenze in aree in declino. Si tratta di un modello replicabile anche altrove, che valorizza le specie autoctone e le comunità locali in ottica di conservazione e sviluppo su più livelli, e che contrasta il cambiamento climatico, opponendovi innovazione e tecnologia volte all’ambiente. Infine, costruisce anche un modello di tutela per la biodiversità e il recupero dei territori dismessi.

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