Aree archeologiche e biodiversità: un connubio vincente

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Erika Fameli
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Quello tra aree archeologiche e biodiversità è un connubio vincente, che può portare alla salvaguardia di specie a rischio e diventare la soluzione a molti problemi di habitat. I siti archeologici, in questo senso, diventano veri e propri santuari ecologici: ecco tutti gli animali che salvano.

Sito, Archeologico
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Le aree archeologiche custodiscono il passato e, senza volerlo, possono diventare anche uno scrigno per preservare il futuro di molte specie sia animali che vegetali. Un nuovo studio, infatti, mette in evidenza proprio il lato green dei siti archeologici, che negli anni sono diventati veri e propri santuari ecologici e che offrono rifugio a uccelli, rettili, piante rare e persino specie considerate estinte.

Questo risvolto si rivela estremamente utile soprattutto nei paesaggi più trasformati dall’uomo, e dove gli habitat naturali si restringono in modo più netto. Ecco tutte le specie che i siti archeologici stanno salvando, e cosa occorre per tutelarli e unire una fruizione integrata tra patrimonio culturale e natura.

Aree archeologiche e biodiversità

Sito, Archeologico
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Una ricerca italiana pubblicata sulla rivista della British Ecological Society People and Nature ha esaminato oltre 240 studi che documentano la biodiversità in più di 1.400 siti archeologici in tutto il mondo, e ha svelato come questi si stiano rivelando delle inaspettate riserve ecologiche che proteggono un numero elevatissimo di specie animali e vegetali, alcune delle quali anche a rischio. Grazie alle numerose possibilità di abitazione, le strutture archeologiche creano una grande varietà di microhabitat che aumentano l’eterogeneità ambientale:

  • fessure e anfratti nei muri,
  • cavità sotterranee,
  • superfici rocciose,
  • superfici verticali in paesaggi prevalentemente orizzontali.

Antonio Romano, ricercatore dell’Istituto di Bio-Economia (Cnr-Ibe) e coordinatore dello studio spiega che le condizioni offerte dai siti archeologici favoriscono la coesistenza di molte specie diverse:

I muri possono ospitare piante rupicole, le cavità diventano rifugi per pipistrelli, mentre le zone aperte favoriscono alcune specie di insetti, in primis farfalle, e rettili. In sostanza, queste strutture ampliano le nicchie ecologiche disponibili rispetto al paesaggio circostante. Non solo, la densità di piccoli rifugi in un sito archeologico è consistente rispetto al paesaggio naturale circostante.

Serve un modello di tutela ad hoc

Sito, Archeologico
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Un dato interessante è quello che identifica nei siti archeologici anche la presenza di specie aliene, molto rare o addirittura nuove per la scienza. Questo è il caso della Grecia, dove nel sito archeologico di Delfi è stata scoperta una piccola chiocciola acquatica, ma anche di Machu Picchu, dove è stato trovato il cincillà, per molto tempo considerato estinto. Secondo gli esperti, la sua rinascita è paragonabile ad una specie fantasma tornata alla luce.

Per salvaguardare questi santuari ecologici e al contempo garantirne la fruizione, è necessario immaginare e applicare modelli di gestione che accolgano la biodiversità come un’opportunità di valorizzazione aggiuntiva del patrimonio storico: i siti possono passare dall’essere solo veicolatori della storia a paesaggi bioculturali, dove i visitatori possono vivere esperienze di fruizione integrate. Tra le proposte degli scienziati ci sono: pannelli ecologici lungo i percorsi di visita, tracciati botanici e di osservazione faunistica, visite stagionali per fioriture o transiti migratori. A questo scopo, sarebbero utili la regolazione degli accessi, il monitoraggio ecologico costante e il controllo selettivo della vegetazione e delle specie aliene invasive, che rischiano di danneggiare sia le strutture che gli ecosistemi. Per farlo però, bisognerebbe adottare un approccio che tenga in considerazione sia le esigenze archeologiche che quelle ambientali: un obiettivo decisamente ambizioso, ma non impossibile, da raggiungere.

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