Accordi di Parigi: chi li rispetta?

Autore:
Marica Maria Musumarra
Tempo di lettura: 3 minuti

Il 10 febbraio è scaduto il termine di presentazione all’Onu, da parte degli Stati membri, delle strategie per ridurre le emissioni del 55% entro il 2035. Peccato che qualcosa, però, sia andato storto.

Crisi climatica
Autore: Dominic Wunderlich – Pixabay

Solo 10 Stati su 195 firmatari dell’Accordo di Parigi hanno rispettato la scadenza del 10 febbraio per presentare le loro strategie mirate alla riduzione delle emissioni. Questo ha richiesto una proroga del termine, spostato di 7 mesi, durante i quali anche l’Unione Europea dovrà darsi da fare per rimettersi in carreggiata.

Tra scienza e politica

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Photo by 7523944 – Pixabay

Il prossimo termine è previsto per settembre. Un’ulteriore proroga che, stando a quanto sta accadendo ormai in tutto il mondo, non sarebbe mai dovuta avvenire. Eppure è stata necessaria, considerando che appena 10 Stati su 195 firmatari dell’Accordo di Parigi del 2015 hanno presentato le proprie strategie, quindi il solo 17% delle emissioni globali. Il restante 83%, invece, si farà attendere, con l’alta probabilità che sarà quasi del tutto impossibile rispettare il non superamento del limite di 1,5°C prima del 2035 e le zero emissioni entro il 2050.

Le Nazioni puntuali sono state Brasile, Svizzera, Nuova Zelanda, Emirati Arabi Uniti, Uruguay e, stranamente, Stati Uniti. Peccato, però, che Donal Trump abbia deciso di uscire dall’alleanza climatica, rendendo quindi nullo il documento presentato.

Virtuoso il piano del Regno Unito che non solo è stato presentato in anticipo, ma prevede un taglio delle emissioni dell’81% entro il 2035. Seguono Nuova Zelanda e Canada: la prima ha aumentato il piano di riduzione dell’1%, mentre il secondo ha previsto un intervallo senza alcun miglioramento. Questo, più che altro, è correlato alle azioni di Paesi come Cina e India che, come l’Unione Europea, hanno giustificato il ritardo dando la colpa a presunte incertezze politiche.

L’Unione Europea, invece, deve presentare un piano climatico comunitario, comune cioè a tutti i Paesi membri, e questo incide notevolmente sulle tempistiche. Non solo, perché le numerose perturbazioni che hanno attraversato e attraversano tuttora i vari Stati stanno compiendo la loro parte.

Probabilmente, i Paesi membri prenderanno tempo per presentare i propri piani che, poi, dovranno essere valutati da Bruxelles. Per fortuna, arrivano segnali positivi: la Commissione Europea, infatti, ha riconfermato l’obiettivo del -90% di gas serra entro il 2040.

Si attende la Cop30

Al momento, l’attenzione è totalmente concentrata sulla Cop30, l’appuntamento solo clima delle Nazioni Unite che si terrà a Balem, in Amazzonia. Precedentemente, in occasione del vertice del G20 tenutosi a Rio de Janeiro, il presidente Luiz Inácio Lula da Silva aveva invitato le Nazioni ad anticipare le scadenze per la neutralità climatica dal 2050 al 2040-2045.

A oggi, però, non è stata data alcuna conferma. Nel frattempo, Trump continua a mettere i bastoni tra le ruote, mantenendo l’America tra lo scetticismo estremo e il negazionismo e prevedendo una strada tutt’altro che in discesa.

Il cambiamento climatico, però, non attende e prosegue la sua corsa. Nubifragi, gelate, tempeste e grandinate impazzano in Europa così come nel resto del mondo, alternandosi a zone e periodi di caldo estremo e siccità. Si troverà mai una soluzione?

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