Se gli affitti brevi sparissero domani: il mercato crollerebbe o tornerebbe respirare?
La questione degli affitti brevi è quanto mai attuale, soprattutto ora che la Legge di Bilancio potrebbe cambiare considerevolmente le carte in tavola a livello fiscale. Come hanno influenzato il mercato e quanto peso hanno, effettivamente, sull’aumento incontrollato dei prezzi nelle grandi città?
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In questo periodo si torna a parlare di affitti brevi, principalmente in seguito alla proposta del Governo di aumentare la cedolare secca dal 21 al 26% anche per il primo affitto, se il proprietario si affida ad un intermediario. Finora, infatti, il primo immobile si poteva affittare ai turisti pagando una cedolare secca ridotta, cosa che però potrebbe cambiare nel prossimo futuro. L’intenzione del Governo è quella di incentivare le locazioni standard, ma è davvero questo il modo migliore per farlo? Per capire la situazione, è bene fare una panoramica più ampia del problema.
In molti additano gli affitti brevi per la scarsità di immobili sul mercato delle locazioni a medio e lungo termine e, a cascata, per l’aumento incontrollato dei prezzi nelle grandi città. Gli addetti ai lavori però, sostengono che numericamente, gli affitti brevi rappresentano una minoranza schiacciante rispetto al totale degli immobili italiani. Di conseguenza, se è vero che il loro incremento ha peggiorato una situazione già non rosea, è altrettanto vero che non possono essere l’unico capro espiatorio per questa problematica.
La questione degli affitti brevi

La questione degli affitti brevi è molto più ampia. Partendo dalle conseguenze negative che la loro proliferazione ha portato sul mercato immobiliare e nella vita dei residenti dei quartieri centrali di città come Roma, Milano, Firenze o Napoli, si annoverano:
- la diminuzione dello stock a disposizione per le locazioni lunghe;
- l’aumento della pressione sul mercato degli affitti;
- l’aumento dei prezzi per gli affitti a medio e lungo termine;
- la desertificazione dei centri storici;
- i disagi nella vivibilità dei quartieri centrali;
- le maggiori difficoltà nel trovare una casa da affittare per gli inquilini.
Detto ciò, prima del boom degli affitti brevi la situazione non era comunque idilliaca, e a causare la diffidenza e l’aumento dei prezzi del mercato immobiliare è stato principalmente il Covid. A distanza di 5 anni se ne parla ancora, e i motivi sono evidenti.
Cedolare secca e morosità

Durante la pandemia, infatti, molti inquilini hanno smesso di pagare l’affitto, e per i proprietari è iniziata la lunga trafila dello sfratto che però, in molti casi, non ha portato alla risoluzione della pratica ma solamente ad un iter burocratico infinito senza via d’uscita. Per timore di incappare in un inquilino moroso, i proprietari hanno iniziato ad alzare i prezzi, convinti che chi può permettersi di pagare di più non avrà mai debiti. Parallelamente, il turismo ha ripreso a pieno ritmo e superando anche i livelli pre-pandemici e il Giubileo 2025 ha promesso di portare in Italia fiumi di turisti. Tutti questi motivi insieme hanno spinto chi era ancora indeciso a destinare i propri immobili alle locazioni brevi, piuttosto che alle rischiose locazioni a medio e lungo termine.
Ora con il decreto sfratti e la proposta del Governo di aumentare la cedolare secca sugli affitti brevi che utilizzano un intermediario per trovare i propri ospiti, si sta tentando di mettere una toppa e di risolvere la situazione, ma viene da chiedersi se sia questa la migliore strada da perseguire. Non sarebbe forse più indicato incentivare le locazioni standard piuttosto che svantaggiare gli affitti brevi? La questione è spinosa e di non facile risoluzione, questo è certo. A farne le spese, nel frattempo, sono principalmente gli studenti e i lavoratori fuori sede, che per una stanza singola arrivano a pagare canoni di affitto equivalenti a quelli di interi appartamenti.