Una nuova ricerca ha svelato l’impatto nascosto dell’uomo sugli oceani
Grazie a uno studio innovativo, condotto nel corso di quattro anni, è stato possibile ricostruire l’impatto non visibile delle attività dell’uomo sugli oceani.

Strade, palazzi, fabbriche, ferrovie, aeroporti. L’impatto della mano dell’uomo sulla terraferma è ben visibile, prevalentemente, a occhio nudo. Ma come fare per comprendere gli effetti delle attività antropiche sul fondo degli oceani? La risposta è arrivata grazie a un recente studio effettuato dalla Global Fishing Watch e pubblicato su Nature.
Una nuova ricerca ha svelato l’impatto nascosto dell’uomo sugli oceani

Utilizzando insieme immagini satellitari, dati GPS delle navi e modelli di deep learning, Global Fhising Watch è riuscita a monitorare le attività delle navi industriali e le infrastrutture energetiche offshore nelle acque costiere a livello globale in un arco di tempo compreso tra il 2017 e il 2021. Grazie ai risultati raggiunti è stato possibile capire l’impronta invisibile dell’uomo sugli ecosistemi marini.
Sulla terraferma, abbiamo mappe dettagliate di quasi tutte le strade e gli edifici del pianeta. Al contrario, la crescita delle attività umane nel nostro oceano è rimasta in gran parte nascosta alla vista del pubblico.
ha spiegato David Kroodsma, direttore della ricerca e dell’innovazione presso Global Fishing Watch.
All’interno della ricerca si scopre che quasi il 75% dei pescherecci industriali a livello globale non vengono monitorati pubblicamente. In più, la maggior parte dell’attività di pesca avviene nei mari dell’Asia meridionale, del Sud-est asiatico e in quelli dell’Africa. Grazie a questa innovativa mappatura è stato quindi possibile sfatare un falso mito, come ha affermato Jennifer Raynor, coautrice dello studio:
I dati disponibili al pubblico suggeriscono erroneamente che Asia ed Europa abbiano quantità simili di pesca all’interno dei loro confini , ma la nostra mappatura rivela che l’Asia domina: per ogni dieci pescherecci che abbiamo trovato in acqua, sette si trovavano in Asia e solo uno in Europa.
In atto una nuova rivoluzione industriale

Nel nuovo studio si evince inoltre e che più del 25% dell’attività delle navi da trasporto e delle petroliere non è presente nei radar di tracciamento pubblici. Tuttavia quest’ultimo è un dato che va considerato con accortezza, perché il maggior numero di queste imbarcazioni navigava in acque con scarsa ricezione satellitare AIS. E’ possibile quindi che molte navi abbiano trasmesso la loro posizione, ma il sistema non sia stato in grado di rilevarla.
Nella ricerca si evidenzia come l’attività di pesca sia diminuita di circa il 12% agli albori della pandemia di COVID-19, per poi non riuscire a ritornare ai livelli pre-pandemici nel corso del 2021. Discorso diverso invece per quanto riguarda le imbarcazioni da trasporto e le petroliere, che hanno continuato a svolgere “indisturbate” le proprie attività anche durante il periodo più duro della pandemia.
Un altro dato interessante testimonia la rapida crescita dell’energia eolica offshore. Anche se la la maggior parte degli impianti eolici appaiono concentrati in piccole aree dell’oceano, durante il 2021 il numero di turbine ha superato quello relativo alle strutture petrolifere. Questo significa che dal mare sta emergendo una nuova rivoluzione industriale senza che nessuno ne abbia colto finora i segnali.
L’impronta dell’Antropocene non è più limitata alla terraferma. Avere una visione più completa dell’industrializzazione degli oceani ci permette di vedere una nuova crescita dell’eolico offshore, dell’acquacoltura e dell’estrazione mineraria che si stanno rapidamente aggiungendo ad attività consolidate quali la pesca industriale, la navigazione marittima e il settore degli idrocarburi. Il nostro lavoro rivela che l’oceano globale è uno spazio di lavoro industriale occupato, affollato e complesso della crescente economia blu.
ha dichiarato il coautore dello studio, Patrick Halpin.