Quanto inquinano i resi online? A svelarlo un’indagine di Greenpeace

Autore:
Carmine Caruso
  • Giornalista
Tempo di lettura: 4 minuti

Una recente indagine condotta da Greenpeace sui resi online ha rivelato che i prodotti rispediti ai venditori sono in grado di generare una notevole quantità di emissioni di CO2.

resi online indagine greenpeace
Photo by romeosessions – Pixabay

Alzi la mano chi non hai mai acquistato un prodotto online per poi restituirlo, approfittando della possibilità offerta dal reso gratuito. Nell’epoca in cui l’e-commerce domina prepotentemente la scena, in Italia, solo nel corso del 2023, il giro d’affari è stato superiore ai 54,2 miliardi di euro, questa tendenza è diventata praticamente un’abitudine, tanto è vero che parecchi brand stanno pian piano cambiando rotta, spostando le spese di spedizione dell’articolo restituito a carico dei clienti, detraendole dal rimborso

Ma, ancor prima della questione economica, c’è un altro aspetto che “fashion addicted”, compratori compulsivi o semplici acquirenti dovrebbero tenere ben presente: acquistare con comodità un prodotto tramite Internet e poi restituirlo può avere un’impatto ambientale devastante sul Pianeta.

Tra consegna e reso un percorso infinito

Aereo
Photo by ThePixelman – Pixabay

A rivelarlo un’indagine condotta da Greenpeace Italia in collaborazione con Report. Nell’arco di due mesi l’organizzazione ambientalista ha acquistato 24 capi d’abbigliamento da alcune aziende leader nel settore dell’ e-commerce: Amazon, Temu, Zalando, Zara, H&M, Ovs, Shein e Asos. Arrivati a destinazione gli articoli sono stati immediatamente rimandati indietro, equipaggiando la confezione di un localizzatore Gps in grado di tracciare il percorso di ritorno al mittente.

Il risultato è stato sbalorditivo: prima di tornare nelle mani dei venditori, i prodotti hanno attraversato più volte l’Italia, transitando anche nel resto d’Europa o, addirittura, in altri continenti, per poi finire in Cina. Complessivamente, in meno di 60 giorni, i pacchi hanno percorso ben 100mila chilometri. In media il tragitto di ogni confezione, tra consegna e reso, è stato di circa 4500 chilometri.

Inoltre, l’utilizzo dei dispositivi di tracciamento, intenzionalmente modificati per ridurne la dimensione e inibirne la capacità di emettere segnali sonori, è stato utile anche per comprendere sia il mezzo usato durante il trasporto, principalmente camion e aerei, ma anche furgoni e navi, sia in quante occasioni i capi d’abbigliamento sono stati, successivamente, rivenduti.

 Quanto inquinano i resi online? A svelarlo un’indagine di Greenpeace

Jeans
Photo by TheDigitalWay – Pixabay

A questo proposito, Greenpeace ha spiegato che:

I 24 capi di abbigliamento sono stati venduti e rivenduti complessivamente 40 volte, con una media di 1,7 vendite per abito, e resi per ben 29 volte. A oggi, 14 indumenti su 24 (pari al 58%) non sono ancora stati rivenduti. Tutti i capi di abbigliamento di Temu sono stati spediti dalla Cina, hanno percorso oltre 10 mila chilometri (principalmente in aereo) e, a oggi, nessuno risulta rientrato nelle disponibilità del venditore dopo il primo reso. Due capi di abbigliamento di Asos hanno viaggiato, in media, per oltre 9 mila chilometri transitando per ben 10 Paesi europei. Asos, Zalando, H&M e Amazon sono in cima alla classifica per numero medio di rivendite: 2,25 volte. Mentre il 100% dei capi resi a Temu, Ovs e Shein non è ancora stato rivenduto.

Ma quanto impatta negativamente l’e-commerce sulla salute del Pianeta? Secondo i dati raccolti durante l’esperimento di Greenpeace, elaborati grazie alla startup INDACO2, il percorso di un capo ha generato mediamente 2,78 kg di CO2 equivalente, raggiungendo anche i 9 kg nei casi in cui i vestiti sono partiti dalla Cina. Il packaging, composto essenzialmente da plastica e cartone, ha contribuito a generare il 16% delle emissioni.

Prendendo come esempio l’impatto di un semplice paio di jeans, il tragitto totale, dall’ordine al reso, genera un aumento di circa il 24% delle emissioni di CO2.

La nostra indagine conferma come la facilità con cui si possono effettuare i resi nel settore del fast-fashion, quasi sempre gratuiti per il cliente, generi impatti ambientali nascosti e molto rilevanti. Mentre alcune nazioni europee hanno già legiferato per arginare o evitare il ricorso alla distruzione dei capi d’abbigliamento che vengono resi al venditore, lo stesso non può dirsi per la pratica dei resi facilitati, che incoraggia l’acquisto compulsivo di vestiti usa e getta, con gravi conseguenze per il Pianeta

ha affermato Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace Italia.

L’inquinamento generato dai resi online: foto e immagini