La fast fashion e l’inquinamento ambientale: arrivano le proposte dell’UE

Autore:
Samantha Patente
  • Laureanda in Scienze della Comunicazione
Tempo di lettura: 4 minuti

I danni della fast fashion e gli obiettivi dell’Unione Europea entro il 2050

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Fashion
Photo by Pexels – Pixabay

La fast fashion ha impattato sulla quantità di indumenti prodotti, utilizzati ma anche scartati: la volontà di ridurre gli sprechi tessili aumentando il ciclo della vita dei tessuti è parte integrante del piano dell’Unione Europea per raggiungere gli obiettivi dell’economia circolare entro il 2050.

I dati trasmessi dall’UE

Bandiera UE
Photo by Christophe Licoppe

Nel 2015 l’industria tessile utilizzava 79 miliardi di metri cubi di acqua, nel 2017 il fabbisogno totale di acqua dell’intera economia UE era di 266 miliardi di metri cubi.

Infine, nel 2020, il settore tessile è stato la terza fonte principale di degrado delle risorse idriche e del suolo.

Per soddisfare il fabbisogno di abiti e scarpe per ogni cittadino dell’UE, in quell’anno, sono stati utilizzati in media:

  • 400 mq di terreno
  • 9 m³ di acqua
  • 391 Kg di materia prima

La fast fashion e la precarietà dei lavoratori

La moda veloce è un modello di produzione e consumo proprio dell’industria dell’abbigliamento e caratterizzato non solo da una rapida produzione ma anche da un facile acquisto, per via dei prezzi decisamente accessibili.

Collezioni che rapidamente seguono le tendenze del momento accelerando la velocità di progettazione ed immissione sul mercato di riferimento.

Un approccio che favorisce spesso modelli economici e condizioni di lavoro precarie, nei paesi in via di sviluppo.

La produzione tessile contribuisce all’inquinamento globale dell’acqua

Circa il 20% dell’inquinamento delle risorse idriche è attribuibile all’industria tessile e alla relativa produzione, attraverso i vari processi di tinture e le diverse tecniche di finitura.

Il lavaggio di indumenti sintetici costituisce il 35% del rilascio di microplastiche nell’ambiente.

Un capo in poliestere può rilasciare 700.00 fibre di microplastica, che potrebbero raggiungere la catena alimentare e, di conseguenza, anche l’uomo, con conseguenze devastanti sulla salute e sugli ecosistemi.

Anche i fondali oceanici hanno visto l’impatto delle microplastiche accumulate per un totale di circa 14 milioni di tonnellate.

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Photo by oneinchpunch

Gas a effetto serra

L’industria dell’abbigliamento è responsabile del 10% delle emissioni globali di carbonio, un dato davvero preoccupante.

Basti pensare che supera nettamente le produzioni di tutti i voli internazionali e dei trasporti marittimi.

Nel 2020, secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, gli acquisti nel settore tessile hanno prodotto approssimativamente 270 Kg di emissioni di C02 per persona, per un totale di 121 milioni di tonnellate di emissioni di gas serra.

Le strategie dell’Unione Europea

L’UE propone nuove strategie per affrontare l’impatto ambientale dell’industria tessile, entro il 2050:

  • progettazione di prodotti  che promuovano il riutilizzo ed il riciclo, come previsto dall’economia circolare;
  • campagne di sensibilizzazione che stimolino il consumatore ad acquistare di meno, a prezzi più alti, promuovendo un concetto di moda sensibile;
  • sviluppo di modelli di business che favoriscano il concetto di noleggio di abbigliamento;
  • sensibilizzazione dei consumatori verso approcci più sostenibili.

L’unione Europea è decisamente centrata sul desiderio di ridurre concretamente l’impatto dell’industria tessile, attraverso pratiche sostenibili e consapevoli.

Basti pensare che nel 2022 l’anidride carbonica ha raggiunto un nuovo record, attestandosi su un livello di concentrazione equivalente a 417,9 parti per milione!

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