Olio di oliva e cambiamento climatico: produzione in tilt e prezzi alle stelle

 L’olio di oliva è una delle vittime preferite del cambiamento climatico. Produzione in crisi e prezzi in aumento ovunque. E all’orizzonte non si intravedono miglioramenti.

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Sono ormai diversi anni che il cambiamento climatico ha fatto breccia nel cuore dell’agricoltura provocando danni evidenti. Molte produzioni sono state infatti messe in ginocchio da fenomeni estremi e agenti patogeni. Tra queste c’è senz’altro l’olio di oliva, con il conseguente effetto di un aumento vertiginoso dei prezzi.

Olio di oliva e cambiamento climatico: produzione in tilt e prezzi alle stelle

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Il territorio italiano e gli alberi di ulivo sono uniti da un legame inscindibile che prende origine dalla notte dei tempi. Allo stato attuale si contano ben 533 varietà di olive, ossia 250 milioni di piante che danno origine a una delle maggiori eccellenze della Penisola: l’olio extravergine d’oliva.

Purtroppo negli ultimi anni la produzione di questo “oro verde” è stata messa alle strette da siccità, crisi idrica e agenti patogeni. Effetti devastanti che possono essere raggruppati sotto il segno di un unico fattore: il cambiamento climatico.

L’ultima “Giornata Mondiale dell’Olivo”, celebrata a novembre, ha messo in luce una situazione più che preoccupante. Secondo le stime elaborate da Coldiretti quest’anno la produzione di olio di oliva in Italia è stata di circa 290mila tonnellate. Un numero al di sotto della media dell’ultimo quadriennio. Per tenere a galla la nave è stato fondamentale il contributo delle regioni del Sud,  Sicilia, Calabria e soprattutto Puglia, che da sola rappresenta la metà della produzione complessiva nazionale. Male, anzi, malissimo il centro Nord, dove i dati di Coldiretti, Unaprol e Ismea prevedono il crollo di un terzo della produzione.

Un problema non solo italiano

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La caduta libera dell’olio di oliva non è un’esclusiva italiana ma riguarda un po’ tutti i Paesi del Mediterraneo. In primis la Spagna, che quest’anno vedrà crollare la propria produzione del 34%. Situazione analoga in Grecia, 200mila tonnellate previste in confronto alle 350mila dello scorso anno, e Turchia,  280 mila tonnellate, quasi 100mila in meno rispetto alla scorsa stagione. Sorride solo la Tunisia, dove la produzione potrebbe superare le 200 mila tonnellate e avvicinarsi alla media degli ultimi 5 anni che si attesta sulle 228 mila tonnellate.

Produzione in crisi significa, inevitabilmente, prezzi in aumento. Secondo i dati forniti da Altroconsumo a inizio 2023 un litro di olio di oliva nei supermercati italiani costava 5,62 euro mentre a ottobre aveva raggiunto gli 8,01 euro, con un rincaro del 42% in 10 mesi. In confronto agli stessi periodi del 2022 e del 2021, l’aumento è stato rispettivamente del 56% e dell’83%. Andando indietro nel tempo il quadro è ancora più disarmante: in pratica l’olio costa il doppio rispetto all’autunno 2020.  E il futuro non promette nulla di buono. All’orizzonte ci sono infatti altre annate estremamente instabili, dove caldo torrido e siccità potrebbero nuovamente alternarsi con pioggia durante la fioritura, andando a creare un mix dannoso ed economicamente sfavorevole.

Con i prezzi alle stelle c’è inoltre il rischio concreto che i consumatori possano orientarsi verso quei prodotti che sugli scaffali costano di meno perché ottenuti tramite mescolanze di oli di diversa origine, non sottoposti né a regole né a controlli.  A questo proposito Coldiretti e Unaprol consigliano di vigilare attentamente, controllare le etichette e acquistare soltanto olio extravergine di oliva “sicuro”.

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