Inquinamento, il plancton marino può smaltire le bioplastiche

Autore:
Marica Maria Musumarra
Tempo di lettura: 5 minuti

Una nuova scoperta tutta made in Italy rivela che il plancton marino sia in grado di smaltire le bioplastiche, il che lo rende un grande alleato della sostenibilità ambientale.

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Plastica in Mare
Photo by chaiyananuwatmongkolchai – Pixabay

A quanto pare, dal plancton marino si svilupperebbero dei microrganismi in grado di degradare le bioplastiche, cioè quegli elementi ai quali si è fatto ricorso dopo aver accertato l’insostenibilità ambientale delle plastiche prodotte con il petrolio.

La collaborazione Italia-Cina

La scoperta è da attribuire alla collaborazione tra l’Università di Pisa, l’Acquario di Livorno Costa Edutainment, l’Azienda Servizi Ambientali Asa di Livorno, la Zhejiang Ocean University (Zjou) ed il Laboratorio congiunto cino-italiano Zjou-Ispra.

La ricerca dimostra che il microbioma correlato al plancton allevato nei laboratori Ispra è in grado di degradare plastiche impiegate anche in ambito marino, tra l’altro anche in tempi relativamente brevi. Questo risultato è un passo molto importante nel campo della sostenibilità, perché apre le porte a nuove possibilità di impiego del plancton marino proprio nella lotta all’inquinamento da bioplastiche.

Lo studio

I primi step dello studio hanno previsto l’analisi del plancton marino, composto da fitoplancton e zooplancton che, insieme, costituiscono la base della catena alimentare marina e danno supporto ai cicli di vita di tutti gli altri organismi acquatici.

Alla base dello studio c’è sempre stato il desiderio di verificare se, tra questi microrganismi legati ai copepodi – che rappresentano prevalentemente lo zooplancton – si potessero isolare alcuni elementi capaci di smaltire macromolecole prodotte dall’uomo come, per esempio, quelle che compongono le plastiche.

E il desiderio è stato esaudito, perché la ricerca ha condotto a risultati soddisfacenti, soprattutto perché questi organismi sono in grado di degradare proprio quelle bioplastiche di nuova generazione il cui impiego è stato introdotto proprio per eliminare le plastiche derivate dal petrolio e che, negli ultimi 20 anni, hanno aumentato significativamente l’inquinamento marino.

Come agisce il plancton marino

Ma come agisce il plancton marino? Dai laboratori Ispra di Livorno è emerso che alcune componenti batteriche associate ai copepodi sono perfettamente in grado di dare il via, dopo circa 82 giorni e a temperatura ambiente, a un processo di idrolisi dei legami esteri del Pbsa, cioè una delle bioplastiche poliesteriche più diffuse e ampiamente utilizzate per la realizzazione di reti destinate al ripristino delle praterie di Posidonia oceanica.

Il microrganismo accuratamente separato dai copepodi ha, quindi, dimostrato una notevole capacità di rompere la catena polimerica del Pbsa, andando ad agire soprattutto su quelle regioni cristalline che, di solito, sono meno accessibili alle attività degradative.

Si tratta di un risultato molto importante e, al contempo, di un punto di inizio per continuare ad approfondire il tema della biodiversità delle comunità di microrganismi correlate al plancton marino che, in futuro, potrebbero realmente essere utili in campo biotecnologico.

Fondale marino
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Nei prossimi anni, quindi, si potrebbero “sfruttare” il plancton marino e i suoi composti per contrastare al meglio l’inquinamento del mare e aiutare le specie animali e vegetali marine a sopravvivere di fronte ai profondi cambiamenti dettati dall’uomo nel corso dei secoli.

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