Everest: ghiacciai si sciolgono ed emergono i corpi di alpinisti morti
A causa del surriscaldamento globale i ghiacciai si stanno sciogliendo, portando alla luce numerosi corpi di alpinisti morti. E il caso Everest è il più allarmante.

Le temperature aumentano, i ghiacciai si fondono e la copertura nevosa sulle montagne diminuisce. Tutto ciò sta comportando la riemersione dei corpi congelati di alpinisti che, nel corso degli anni, hanno perso la vita durante una delle loro scalate verso la vetta. Accade sull’Everest, la montagna più alta del mondo, dove un gruppo consistente di arrampicatori e personale militare sta conducendo l’operazione di “clean-up” e di recupero delle salme.
Un fenomeno dalla sconcertante entità
É il magazine India Times a riportare quanto sta accadendo sull’Everest: arrampicatori e personale militare stanno compiendo una missione non per raggiungerne la cima, ma per riportare a casa alcuni corpi emersi a seguito dello scioglimento dei ghiacciai.
Questa attività di recupero, che rientra nella campagna nazionale di “clean-up” su Everest, Lhotse e Nuptse, ha già permesso di rimpatriare 5 cadaveri totalmente congelati. Uno di questi era ridotto a poche ossa rimaste.
L’operazione si sta rivelando “ardua, pericolosa ed emotivamente complessa”, così come riportato dai membri del team di recupero, che hanno trascorso ore e ore a rimuovere il ghiaccio con piccozze e acqua bollente proprio per trascinare via i corpi dal ghiaccio. Questi ultimi, dopo essere stati recuperati, vengono condotti a Kathmandu per essere identificati e cremati.
Più il ghiaccio si scioglie, più corpi emergono
A spiegare chiaramente la situazione è Aditya Karki, alla guida del team:
A causa degli effetti del cambiamento climatico, i corpi e i rifiuti stanno diventando sempre più visibili, man mano che la copertura nevosa si riduce.
Dagli anni Venti del Novecento, sono stati oltre 300 i morti sull’Everest: i loro corpi sono stati inevitabilmente sommersi dalla neve delle valanghe, per poi finire all’interno di crepacci profondi; altri, invece, sono diventati dei veri e propri punti di riferimento lungo il percorso, tanto da essere stati soprannominati “la bella addormentata” o “stivali verdi”.

Il recupero dei corpi nella – ormai – famosa “death zone”, dove l’aria sottile e i bassi livelli di ossigeno aumentano il rischio del mal di montagna, è un’attività tanta pericolosa quanto controversa; richiede, infatti, ingenti risorse economiche (il recupero di un solo corpo necessita di almeno 8 persone) e, proprio per questo, Karki ha sottolineato quanto sia importante non interrompere assolutamente l’operazione:
Dobbiamo portarne indietro il più possibile, perchè se continuiamo a lasciarli lì, le nostre montagne diventeranno un cimitero.
Insieme ai corpi anche tanta sporcizia
La campagna di “clean-up” in corso, che prevede un budget di 600mila dollari, oltre al recupero dei corpi sta anche impiegando 171 persone tra guide nepalesi e portatori per rimuovere ben 11 tonnellate di immondizia dalla montagna.
Coloro che desiderano raggiungere la cima dell’Everest, infatti, segnano il percorso con tende dai colori sgargianti, attrezzatura da arrampicata abbandonata, bombole di gas e anche escrementi umani. E nonostante le leggi in vigore siano ormai molto severe in merito all’inquinamento ambientale, lo scioglimento di neve e ghiaccio sta facendo riemergere una triste realtà: l’uomo ha davvero pochissimo rispetto per l’ambiente e per la sua salute, confermando così tutte le sue colpe per quanto riguarda l’inquinamento ambientale e atmosferico.