Disastro ambientale nel Mar Nero: strage di cetacei
Il Mar Nero si è trasformato in un vero e proprio cimitero a cielo aperto per centinaia di cetacei, tutti morti a causa del combustibile rilasciato dall’affondamento di petroliere russe.

Sono circa 60 i cetacei trovati morti nelle acque del Mar Nero in meno di un mese e 33 di questi hanno perso la vita a causa di un disastro ambientale provocato dall’affondamento delle due petroliere russe Volgoneft, avvenuto nel mese di dicembre.
Danni incalcolabili
Il 15 dicembre 2024, le due petroliere russe Volgoneft-212 e la Volgoneft-239 sono affondate durante una tempesta che ha colpito lo stretto di Kerch, che collega il Mar Nero con il Mar d’Azov e si trova tra la Russia e la penisola ucraina della Crimea (annessa da Mosca).
Proprio da qui è partito, pochi giorni dopo, un grido di allarme: decine e decine di uccelli sono stati ritrovati morti o ricoperti di petrolio, così come numerose specie ittiche. A denunciare l’elevato numero di cetacei deceduti sono state le varie associazioni ambientaliste e Ong, in primis Delpha, che ha parlato di vera e propria strage: 33 delfini e 61 mammiferi marini in totale, tutti rinvenuti senza vita, restituiscono una cifra insolitamente alta e da associare probabilmente proprio all’inquinamento causato dal riversamento del petrolio in mare.
Emergono ancora vittime
L’associazione Delpha, ancora oggi, continua a ricevere segnalazioni di nuovi decessi, il che sottolinea quanto possa essere elevato il livello di contaminazione da petrolio, olio combustibile pesante di grado M100, in grado di scendere in profondità.
E non c’è da meravigliarsi: pare che le petroliere trasportassero più di 9mila tonnellate di combustibile pesante e che ben il 40% si sia riversato in mare. Secondo il Ministero delle Emergenze russo, sarebbero già stati ripuliti circa 70 chilometri di coste; tuttavia, a causa di onde e venti molto forti, è probabile che il petrolio possa continuare a “viaggiare” raggiungendo, così, diverse spiagge anche molto lontane. Alti livelli di contaminazione, per esempio, sono già stati rilevati sulla costa di Yevpatoria, dove diversi gruppi di volontari stanno cercando di compiere operazioni di bonifica immediata.
Le immagini da satellite
La situazione viene costantemente monitorata dall’alto e le immagini satellitari mostrano che il petrolio ha avuto un forte impatto anche sulle coste di Feodosia, Alushta e Sudak. Non solo, perché nella zona di Krasnodar sono oltre 5mila le persone che stanno ancora lavorando per ripulire la fuoriuscita e non è da escludere che parte del carburante possa arrivare in Crimea, con tutte le conseguenze del caso.
Nel frattempo, le associazioni ambientaliste denunciano le grandi difficoltà riscontrate nell’affrontare l’emergenza; hanno dovuto chiedere, per esempio, che fossero aperti ulteriori centri per curare gli uccelli ricoperti dal petrolio, dato che quelli esistenti non erano abbastanza.
Il timore, adesso, è il danno a lungo termine: il combustile riversato in mare, infatti, è estremamente difficile da ripulire e non si hanno a disposizione tecnologie efficaci per rimuovere una sostanza così denso e pesante che, di conseguenza, non galleggia in superficie e tende ad arrivare a diversi chilometri di profondità.

Interi ecosistemi marini sono a rischio, in questo momento; oltre all’inquinamento dalla plastica, adesso c’è un ulteriore problema da affrontare e si spera si possa presto trovare una soluzione efficace non solo nell’immediato, ma anche per l’imminente futuro.