Aree marine protette fantasma: quando le regole non sono rispettare
Per preservare la biodiversità presente nei nostri mari, entro il 2030 le aree marine protette dovranno raggiungere il 30% della superficie. Eppure già oggi sono molte quelle che non rispettano davvero i criteri richiesti, mettendo a rischio tutto l’ecosistema.

Preservare la biodiversità è diventato, negli ultimi anni, uno dei principali obiettivi. In particolare la flora e la fauna che si trova nei nostri mari sono costantemente messe a dura prova dalle azioni umane. Non si tratta solo delle emissioni di carbonio che raggiungono livelli elevati, contribuendo al riscaldamento del pianeta e al conseguente riadattamento delle specie, ma anche di allevamenti e pesca che provano in modo particolare le specie ittiche.
Per ovviare al problema l’obiettivo è quello di raggiungere, entro il 2030, una superficie di aree marine protette pari al 30% di quella degli oceani. Eppure a oggi siamo appena al 7% con dati allarmanti relativi a quelle già esistenti.
Una ricerca pubblicata su Conservation Letter analizza come solo un’area su 3 rispetti davvero tutti i criteri di tutela e salvaguardia necessari per la conservazione della biodiversità della zona. Si tratta di un dato che, di fatto, rende fantasma alcune delle aree delimitate.
Aree marine protette: presenti solo sulla carta

La necessità di istituire aree marine protette su tutto il territorio globale deriva dal rischio sempre più alto che le specie, di flora e fauna, corrono a causa dell’intervento dell’uomo in particolare a causa dei cambiamenti climatici. Queste zone sono infatti state realizzate con l’obiettivo di preservare la conservazione degli habitat e della specie, tuttavia non sempre rispettano i criteri richiesti.
Uno studio del Conservation Letter ha analizzato un numero di 100 aree protette, equivalente quindi al 90% dell’estensione totale delle stesse, riscontrando come solo 1 su 3 rispetta i livelli elevati richiesti. In molte zone sono infatti ancora presenti pratiche incompatibili con la definizione di protezione, come ad esempio la pesca industriale. L’industria ittica contribuisce infatti alla perdita di biodiversità, allo sfruttamento eccessivo della pesca, alla riduzione della biomassa e alla distruzione degli habitat marini. Ne deriva che almeno una percentuale del 25% delle aree protette sono inefficaci all’obiettivo.
Attualmente la superficie di aree adibite alla conservazione è di circa il 7% del totale degli oceani, un dato ancora molto lontano dall’obiettivo che si dovrebbe raggiungere entro 6 anni allo scopo di ridurre il rischio di estinzione per l’80% degli habitat vulnerabili. La differenza aumenta se si considera l’inefficienza delle zone prima citate.
Azioni concrete e monitoraggio

Nonostante l’inefficienza di alcune aree protette marine, la loro esistenza resta fondamentale per la protezione della biodiversità e la riduzione del rischio di estinzione. L’aumento delle aree è infatti volto anche a un miglioramento generale che potrebbe favorire lo stesso mercato ittico, grazie alla riproduzione naturale di specie a ora considerate a rischio e di altre adoperate per l’allevamento.
Si rende però necessario un equilibrio di quantità e qualità delle protezioni delle aree e l’implementazione di regole per la gestione. Queste devono essere condivise a livello internazionale per garantire una tutela equa e duratura. Lo stesso aumento della consapevolezza pubblica sull’importanza delle zone protette e la loro gestione, come ad esempio i limiti di pesca, aiuterebbe la gestione delle stesse.
Aree marine protette: immagini e foto
Nonostante l’obiettivo di aumentare le aree marine protette entro il 2030, molte di queste sono ancora inefficienti nella gestione, compromettendo la biodiversità ittica.