Troppo caldo, meno sci: gli impianti chiudono in Italia

Autore:
Marica Maria Musumarra
Tempo di lettura: 3 minuti

La crisi climatica e i cambiamenti nelle abitudini dei turisti stanno, a poco a poco, trasformando profondamente anche il panorama degli impianti sciistici in Italia, al punto che il numero di strutture dismesse sta aumentando a un ritmo preoccupante, con un impatto significativo sull’economia delle località montane.

Impianto, Sciistico
Photo by Hans – Pixabay

Secondo quanto riportato dal dossier “Nevediversa 2025” di Legambiente, il numero di impianti sciistici dismessi in Italia negli ultimi cinque anni è raddoppiato: se nel 2020 se ne contavano 132, oggi il numero è salito a 265. Questo incremento si deve principalmente al mutamento delle condizioni climatiche, con inverni sempre più caldi e nevicate sempre più scarse che rendono difficile mantenere attivi la maggior parte degli impianti.

Le regioni più colpite in Italia da questo fenomeno sono il Piemonte (con 76 impianti dismessi), la Lombardia (33), l’Abruzzo (31) e il Veneto (30). Questi numeri evidenziano una crisi che coinvolge tanto le Alpi quanto gli Appennini e colpisce non solo le grandi stazioni sciistiche, ma anche i piccoli comprensori locali.

L’innevamento artificiale: un fenomeno in aumento

Per contrastare la riduzione delle nevicate stagionali, molte località montane hanno investito nell’innevamento artificiale, dando vita a bacini idrici dedicati esclusivamente alla produzione di neve programmata. Attualmente, in Italia si contano 165 bacini artificiali per l’innevamento; le regioni che ne ospitano di più sono il Trentino-Alto Adige (con 60 bacini), la Lombardia (23), il Piemonte (23) e la Valle d’Aosta che, nonostante abbia “solo” 14 bacini, detiene la maggiore superficie totale destinata a questa pratica.

Peccato, però, che questo sistema ponga numerosi interrogativi sulla sostenibilità ambientale, dato che l’innevamento artificiale richiede grandi quantità sia di acqua, che di energia.

Il problema delle strutture abbandonate

Uno degli esempi lampanti della dismissione degli impianti sciistici in Italia è dato dalla bidonvia di Pian dei Fiacconi, sul versante nord della Marmolada. L’impianto, chiuso nel 2019, è stato travolto da una valanga nel 2020, causando anche danni a un rifugio adiacente. Attualmente, la struttura risulta abbandonata, il che comporta un impatto negativo sul paesaggio e, in particolare, su un’area considerata patrimonio UNESCO.

Ma non solo solo gli impianti già dismessi a destare preoccupazione; in Italia, infatti, si contano anche 112 impianti temporaneamente chiusi, 128 impianti funzionanti in modo intermittente e 218 impianti attivi con difficoltà economiche e climatiche.

Questo scenario sottolinea la necessità di un ripensamento del turismo montano, supportato da soluzioni alternative allo sci alpino, come il turismo slow, le escursioni invernali e il rilancio di altre attività compatibili con le nuove condizioni climatiche.

Il futuro? Un turismo montano più sostenibile

Di fronte a questa crisi, è fondamentale promuovere un modello di sviluppo più sostenibile per le località di montagna. A tal proposito, alcune stazioni sciistiche stanno già sperimentando soluzioni alternative, come il potenziamento delle attività estive, la valorizzazione dei percorsi naturalistici e il turismo legato al benessere. Investire in un turismo diversificato potrebbe essere la soluzione per garantire la sopravvivenza economica di molte località montane e ridurre, al contempo, l’impatto ambientale delle infrastrutture dismesse.

Impianto, Sciistico
Photo by Sandhaase – Pixabay

Dato che il cambiamento climatico è ormai una realtà, il futuro delle montagne italiane dipenderà dalla capacità dei suoi abitanti di adattarsi, innovarsi e riscoprirsi.

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