Primavera più dura: allergie peggiorano con il clima caldo

Autore:
Roberta Ciervo
  • Laurea in Lingue e Culture Straniere
Tempo di lettura: 4 minuti

Le allergie stagionali stanno peggiorando sempre più: le cause sono in gran parte riconducibili al cambiamento climatico.

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Con l’arrivo della primavera, milioni di persone nel mondo preparano i fazzoletti e gli antistaminici per l’arrivo delle allergie stagionali. E negli ultimi decenni, molti hanno notato perfino un peggioramento dei propri sintomi. Non è soltanto un’impressione, ma è un vero e proprio fenomeno causato da una complessa connessione di fattori ambientali.

La prima causa da considerare è sicuramente il cambiamento climatico. A causa delle trasformazioni del clima, infatti, la stagione delle allergie inizia prima e dura molto più a lungo rispetto agli scorsi decenni. Come se non bastasse, l’aumento delle temperature e dei livelli di CO2 nell’aria favoriscono e aumentano la produzione di polline. Inoltre, molte piante allergeniche stanno iniziando a spostarsi verso nord. Un esempio è l’ambrosia comune che sta apparendo in anche in Norvegia e Svezia.

In recenti studi, è stato ipotizzato che il carico di polline potrebbe aumentare del 60% nei prossimi anni in Europa nord-occidentale. Negli Stati Uniti d’America, si prevede un aumento del 16-40% entro fine secolo. In altre aree, alcuni fenomeni climatici estremi o sbalzi termici possono, invece, ridurre i livelli di polline nell’aria.

L’inquinamento e i temporali: altre cause importanti

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Ovviamente, se pensiamo ad allergie stagionali e respiratorie, non possiamo non fermarci a riflettere sull’influenza dell’inquinamento atmosferico. L’aria che respiriamo ha un grande impatto, non soltanto sulla nostra salute, ma anche sulle piante. Infatti, le particelle inquinanti provenienti dal traffico e dall’industria influiscono sul polline, facendolo diventare più allergenico. Uno studio sul polline di betulla in Polonia, infatti, ha rilevato che il polline nelle aree inquinate presentava livelli più elevati di un allergene chiave: il Bet v1.

Inoltre, le sostanze chimiche nell’atmosfera sembrano danneggiare gli strati protettivi della nostra pelle e del nostro muco, rendendoli “permeabili” e quindi più esposti agli allergeni. Ciò potrebbe spiegare l’aumento dei soggetti allergici.

In più, anche le condizioni meteorologiche estreme possono favorire il peggioramento delle allergie. In particolare, i temporali possono far scatenare attacchi d’asma. A riprova di questo, possiamo considerare cosa accadde a Melbourne nel novembre 2016. A seguito di un temporale, gli ospedali hanno visto migliaia di ricoveri e ci furono perfino nove decessi.

Le specie invasive aumentano il rischio di allergie

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Infine, è importante non dimenticare della diffusione di specie invasive con pollini altamente allergenici. Come già menzionato in precedenza, l’ambrosia comune è un esempio proprio di questa situazione. La pianta è originaria del Nord America, ma si è diffusa in varie aree dell’Europa continentale, tra cui Ungheria, Balcani, sud della Francia e l’area nord-ovest dell’Italia. Circa 13,5 milioni di europei sono allergici al polline di questa pianta. Entro metà secolo, si prevede che le concentrazioni di polline di ambrosia aumenteranno in maniera esponenziale. In alcuni paesi si cerca di limitare il fenomeno attraverso metodi ecologici. In Svizzera, infatti, sono stati introdotti i crisomelidi, degli insetti della famiglia dei coleotteri che mangiano le piante di ambrosia.

Il problema, però, è molto più complesso. Gli esperti evidenziano come non si tratti di una sola causa isolata, bensì si tratta di un mix di fattori. Quindi, una sola soluzione non riuscirà a risolvere la situazione.