Pioggia di satelliti Starlink: rischio inquinamento globale
Continuano a cadere i satelliti dell’agenzia spaziale privata di Elon Musk, inquinando l’atmosfera con ossido di alluminio.

Brutte notizie dal fronte spaziale. L’inquinamento spaziale e atmosferico sta peggiorando grazie all’intervento di Elon Musk e della sua agenzia spaziale Starlink. Nel giro di sei anni di attività, l’azienda ha lanciato in orbita oltre 6mila satelliti operativi con l’obiettivo di assicurare una connessione internet veloce anche nelle aree più remote della Terra.
Questi microsatelliti, però, oltre a essere una fonte di inquinamento luminoso, rappresentano anche un pericolo per lo strato di ozono. I continui rientri in atmosfera dei satelliti difettosi e di quelli che hanno concluso il loro ciclo vitale mettono a rischio il benessere dell’atmosfera e, con essa, il clima del nostro Pianeta.
Il deorbiting dei satelliti è sempre più frequente

Purtroppo, il deorbiting dei satelliti Starlink, ovvero il rientro in atmosfera, sta diventando sempre più frequente negli ultimi mesi. La conferma ci viene data dall’astrofisico Jonathan McDowell, ricercatore del Chandra X-ray Observatory. McDowell riporta, infatti, che i rientri sono stati ben 87 solo da gennaio 2025, per una media di quattro o cinque al giorno. Questa impennata di rientri è iniziata da metà 2024, a seguito del “pensionamento” dei dispositivi di prima generazione. In questo modo, è stato ritirato un totale di 817 satelliti a fronte dei 7.821 lanciati in orbita dall’agenzia spaziale.
Il problema principale è il fatto che i satelliti si disintegrano al loro rientro, rilasciando grandi quantità di polveri inquinanti nell’atmosfera. I materiali utilizzati per la fabbricazione dei satelliti, tra cui l’alluminio, si trasformano in ossido di alluminio bruciando ad alte temperature e danneggiano lo strato di ozono intorno al nostro Pianeta.
Ogni giorno cadono 4 satelliti Starlink

Le stime attuali dell’impatto ambientale del rientro in atmosfera dei satelliti non sembrano particolarmente alte. Infatti, il deorbiting sarebbe responsabile del 12% della distruzione dell’ozono all’interno della macro-area dell’impatto spaziale. Però, gli scienziati fanno notare come i satelliti depositano i loro inquinanti nelle parti più alte dell’atmosfera. Ciò preoccupa perchè, in quelle aree, gli agenti inquinanti sono destinati a restare per decenni e ancora non c’è certezza sugli effetti che potrebbero causare alla lunga.
Proprio per questa ragione, gli esperti chiedono di rivedere il testo del Protocollo di Montreal, ovvero un trattato internazionale firmato nel 1987. In questo trattato, i Paesi firmatari si impegnavano a ridurre la produzione e l’uso di sostanze minaccianti lo strato di ozono. Questo documento, però, non tiene conto del comparto satellitare e delle procedure di rientro. La revisione del trattato su questo punto è importantissima soprattutto in vista della diffusione sempre più fitta di costellazioni satellitari prevista per i prossimi anni.
Infatti, l’attuale percentuale di satelliti dimessi (40%) è destinata a crescere, data la previsione della presenza di quasi quarantamila ripetitori orbitali in futuro. Entro il 2033, si prevede il rientro (e quindi la conseguente distruzione) di oltre 3.600 tonnellate di satelliti all’anno. A questi numeri, inoltre, vanno aggiunti i detriti degli stadi non riutilizzabili dei razzi con cui vengono messi in orbita, ovvero quattro tonnellate di metallo e plastica ad ogni lancio. Questo numero va moltiplicato per i 300 lanci annuali destinati ad aumentare nei prossimi anni.