Piante italiane in estinzione: 150 specie sparite in 3 anni
L’allarme delle piante italiane e della loro estinzione repentina: secondo la Società botanica italiana in soli 3 anni il nostro Paese ha perso più di 150 specie, di cui molte acquatiche. Le cause sono da imputare al cambiamento e all’azione dell’uomo. Ecco le zone più colpite dalle estinzioni.
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In Italia il patrimonio floristico va degradandosi alla velocità della luce. Questo l’allarme lanciato dalla Società botanica italiana, che ha contato ben 117 estinzioni a livello nazionale e che ha posto un focus sulla regione della Lombardia, territorio dove si registrano le perdite maggiori. Basti pensare, infatti, che solo negli ultimi 3 anni più di 150 specie si sono perse, molte delle quali acquatiche.
Un setaccio a tappeto su tutto il territorio italiano, realizzato da 107 tra ricercatori e appassionati della Società botanica italiana, ha portato alla luce una situazione a dir poco drammatica, la cui colpa è da imputare sì al cambiamento climatico, ma anche all’azione dell’uomo.
L’allarme delle piante italiane

Nell’albo delle specie di piante presenti sul territorio italiane, dall’inizio del Novecento a oggi moltissime specie non sono più state menzionate. Il motivo non era ben chiaro, fino a quando un gruppo di 107 ricercatori e amatori della Società botanica italiana ha deciso di setacciare l’Italia e controllare l’intero territorio nazionale per catalogare le specie ancora esistenti, quelle estinte e quelle a rischio estinzione. Si è trattato di un lavoro colossale, che purtroppo non ha dato risultati positivi in termini di sopravvivenza della flora italiana.
Il lavoro è stato fatto senza finanziamenti diretti, e il bilancio emerso dai sopralluoghi è stato di 117 estinzioni a livello regionale. Il primato negativo per perdite floristiche va alla Lombardia, mentre la Calabria e la Liguria sono state le due regioni con meno estinzioni di specie rare o in dubbio. Solo nell’area di Milano sono scomparse 305 specie e sottospecie autoctone in soli 250 anni. A livello nazionale, invece, le zone più colpite dalle perdite sono quelle costiere e agricole e la colpa è tutta dell’uomo.
Le cause principali

Come spiega Gianniantonio Domina, coordinatore della ricerca e docente di botanica applicata e ambientale all’Università di Palermo:
le acque interne, stagni e paludi sono stati nel tempo bonificati per la lotta alla malaria e per ricavare nuove terre per l’agricoltura mentre le spiagge hanno subito modificazioni principalmente dovute al turismo. Mentre per le piante alpine assistiamo ad un restringimento dell’habitat a causa del riscaldamento globale.
L’azione dell’uomo sul territorio e il cambiamento climatico sono quindi i principali colpevoli delle ingenti perdite di flora italiana, ma non tutto è perduto. Se molte piante sono scomparse, infatti, altre sono nate:
- tre specie di Dianthus tra Piemonte e Calabria;
- una viperina in Sardegna;
- un ranuncolo in Valle d’Aosta.
Ancora una volta, il surriscaldamento globale sta causando gravi danni all’ecosistema naturale, ne sono un esempio le tante specie animali a rischio e la situazione dei mari, e l’azione incontrollata dell’uomo fa che aggravare una situazione già precaria. La cementificazione di zone costiere per incentivare il turismo è una di quelle azioni, per esempio, che provoca le maggiori perdite in termini di habitat naturali e specie sia botaniche che animali. L’ingrandimento delle città e la costruzione di nuove abitazioni riduce inoltre lo spazio vitale di moltissime specie, come sta accadendo alla tigre asiatica, stretta in aree sempre più ridotte.