Negazionismo climatico: gli USA in testa alla classifica
Lo studio americano rivela che ad alimentare il negazionismo ambientale vi sono fattori non solo correlati ad interessi economici e politici. Un forte contributo arriva da un nuovo ventaglio di idee e soluzioni senza alcun fondamento scientifico. Una presenza anti-clima sorge in primis nei paesi con politiche eco&green a tutela ambientale. Usa al primo posto della classifica.

Negazionismo vs Clima&Ambiente
Il negazionismo è arrivato con la sua demagogia nuove posizioni e temi come le urgenti questioni dell’attualità. Un panorama che guarda come problematiche quelle relative all’ambiente e al clima. Una questione che assume peso, di fronte alle dichiarazioni degli esperti in materia che hanno pressappoco definito il 2024 “l’anno più caldo della storia”.
Eppure, lo scetticismo e la sfiducia verso questa grave crisi che vive il nostro pianeta persiste. Anzi, riesci ad organizzarsi e a contestare le scelte green della transizione energetica.
A spiegarcelo, oggi arriva uno studio condotto dalla Stanford University della California.
Il primo punto evidenziato nella ricerca è quantitativo, ovvero la crescita del fenomeno, passando da un precisi e pochi paesi a diventare un quadro ben più complesso e grande.
Gli studiosi hanno osservato che in circa un trentennio, sono nate organizzazioni anti-clima con posizioni avanzate proprio nei principali paesi con forti politiche ecologiche e ambientali. In particolare si osserva come cambia il trend, passando da una precisa area, tra Stati Uniti, stati latinoamericani e paesi in via di sviluppo ad un carattere internazionale.
L’indagine, condotta su oltre 150 paesi, mostra come questa radicalizzazione anticlimatica sia libera da interessi politici ed economici. L’utente anti-clima si avvalendo invece, di precisi programmi e teorie pseudoscientifiche.
Lo studio

I dati ricavati dai ricercatori di Stanford dimostrano che, oltre al timore del vuoto reso dalla rivoluzione eco&green, a pesare non è solo il timore di perdita di beni come casa e lavoro e cambiamenti nel genere di vita. Soprattutto nell’area occidentale tra gli oltre 50 paesi posti sotto la lente dei ricercatori, vede i movimenti anti-clima formarsi in corrispondenza ad associazioni no-profit e politiche mirate al favore dell’ambiente, come nella zona scandinava e negli States facendo da contrappeso dalla voce anche più forte.
Tra i fattori che incentivano la nascita e la proliferazione di queste organizzazioni vi è la disinformazione, la circolazione in rete e tra i canali sociali di fake e deep news. Dai dati, infatti, emerge che a contribuire al successo è il lavorio e la propaganda con cui divulgano con banalità un senso di sfiducia verso le annesse politiche e ricerche ecologiche, atte a fare defluire e vanificare gli esiti della stessa scienza ecologica.
A questo elemento se ne aggiunge un altro, ovvero quello che collega le dimostrazioni e gli happening come “FridayForFuture” di Greta Thunderg, fino a contestazioni di massa, occupando e danneggiando il patrimonio artistico-culturale o interrompendo una manifestazione sportiva, generebbe un ulteriore alimento dell’astio oppositivo contro queste misure.
Infine, i ricercatori hanno anche avvalorato per i paesi con impronta ambientale ed ambientalista di scegliere meglio le loro strategie con scelte che riescano ad arginare questa sfiducia verso la crisi climatica.