Le microplastiche riducono la capacità dell’oceano di catturare CO2
Le microplastiche nell’oceano complicano il processo di sequestro del carbonio, ostacolando possibilità di miglioramento dell’ambiente.

La plastica, come ormai dovremmo sapere tutti, è un materiale molto problematico sotto svariati punti di vista. In particolare, se si pensa alla quantità di microplastiche presente nell’ambiente, ci rendiamo conto di quanti danni stia provocando al nostro Pianeta e a tutti i delicatissimi ecosistemi, specialmente quelli marini.
A proposito di ciò, uno studio pubblicato su Marine Chemistry riporta l’ennesimo problema legato alle microplastiche: esse riducono la capacità dell’oceano di sequestrare CO2. E questo perché le microplastiche si legano ai fitoplancton, insiemi di minuscoli organismi marini. Così facendo, questi frammenti rallentano la discesa dei fitoplancton verso il fondale oceanico, complicando il processo di cattura e sequestro del diossido di carbonio.
Cosa sono i fitoplancton? E in che modo le microplastiche ostacolano il loro compito?

Come accennato in precedenza, i fitoplancton sono insiemi di organismi marini. Essi sono in grado di svolgere il processo di fotosintesi, ovvero sintetizzano sostanze organiche a partire da sostanze inorganiche disciolte attraverso l’utilizzo della radiazione solare come fonte energetica. Oltre a essere alla base della catena alimentare marina, i fitoplancton producono la metà dell’ossigeno totale prodotto dagli organismi vegetali della Terra.
Inoltre, questi organismi sono in grado di catturare e sequestrare CO2, portandolo verso il fondale oceanico alla loro morte. Il problema, però, avviene quando le microplastiche si legano ai fitoplancton, alleggerendo questi organismi e rallentando la discesa verso gli abissi.
Aron Stubbins, uno degli autori dello studio, spiega così il processo:
La plastica galleggia. Se i fitoplancton si uniscono alle microplastiche, formando dei biofilm invece di rimanere organismi indipendenti, la loro capacità di galleggiare cambia.
Microbial interactions with microplastics: cosa ci dice lo studio?

Gli esperti che hanno condotto lo studio, per giungere alle loro conclusioni, hanno deciso di strutturarlo in due parti.
Innanzitutto, hanno coltivato due plancton unicellulari in due recipienti diversi. In un recipiente hanno ricreato un ambiente contenete microplastiche, mentre nell’altro no. In seguito, li hanno fatti “galleggiare” per osservare con quale velocità affondassero. Chiaramente, come già accennato in precedenza, i plancton più lenti ad affondare sono stati quelli legati alle microplastiche (hanno impiegato il 20% di tempo in più rispetto agli organismi indipendenti).
Nella seconda parte dello studio, invece, i ricercatori hanno osservato come le microplastiche si sciolgono al sole galleggiando sulla superficie dell’acqua. Così facendo, riducono le sostanze nutritive disponibili per il fitoplancton. Nonostante questo processo di scioglimento rilasci carbonio organico che può essere utilizzato come cibo dai batteri, allo stesso tempo, fa sì che diminuisca la presenza di nitrogeno e fosforo. I batteri, quindi, ricavano queste sostanze dal fitoplancton, rallentandone la crescita.
Questo studio sottolinea l’impatto che le microplastiche hanno sul ciclo del carbonio, nonostante non si possa affermare con certezza che la presenza di microplastiche indebolirà la capacità dell’oceano di sequestrare CO2. Per questo, è una situazione preoccupante e bisogna trovare delle soluzioni al più presto, considerando quanto siano pericolose sia le microplastiche che l’anidride carbonica per il Pianeta.