La tundra artica è diventata emettitore netto di CO2

Autore:
Fabiola Criscuolo
  • Giornalista
Tempo di lettura: 3 minuti

Dopo l’Amazzonia, anche la tundra artica ha perso la sua capacità di assorbire anidride carbonica diventando un emettitore netto. Secondo gli scienziati, le cause sono da ricercare negli incendi frequenti e nel cambiamento climatico, arrivato a un punto quasi irreversibile.

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Considerata fino a questo momento uno dei pozzi di carbonio più importante al mondo insieme all’Amazzonia, ora anche la tundra artica perde la sua capacità di immagazzinare CO2. A confermare questo concetto è una ricerca effettuata dagli scienziati del NOAA, la National Oceanic and Atmospheric Administration.

A causa delle maggiori emissioni dovute agli incendi e al cambiamento climatico, con un riscaldamento globale sempre più accertato, il permafrost di questa zona si sta degradando, accelerando il rilascio di gas serra. La tundra artica non riesce più a compiere il suo ruolo di regolatore climatico globale, provocando danni nel lungo termine.

La situazione non vede a ora miglioramenti, in particolare se si analizzano al meglio i dati raccolti.

Tundra artica: da pozzo a emettitore di CO2

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Dagli studi effettuati dal NOAA risulta evidente come la tundra artica stia modificando il suo ruolo, iniziando a emettere molto più carbonio di quanto ne riesca a immagazzinare. Ciò provoca quindi anche un peggioramento del cambiamento climatico. Secondo gli scienziati, questo processo era già previsto come una delle conseguenze della mancata riduzione dell’inquinamento da combustibili fossili, eppure non si tratta dell’unica causa.

A peggiorare la situazione della regione globale contribuiscono anche i numerosi incendi boschivi sempre più frequenti provocati dal riscaldamento globale. Solo questi hanno rilasciato in media 207 milioni di tonnellate di carbonio all’anno dal 2003, accelerando il degrado del permafrost, essenziale per la stabilità dell’ecosistema. Questo aspetto ha contribuito in modo notevole all’aumento delle emissioni di gas serra, essendo il permafrost stesso appunto uno strato di suolo ghiacciato in grado di intrappolare enormi quantità di CO2.

Oltre al carbonio, si sta verificando anche un considerevole rilascio di metano, altro gas serra con un potere climatante di molto maggiore all’anidride carbonica nei primi 20 anni di presenza nell’atmosfera, provocando ulteriori danni irreversibili. La sua presenza è infatti un fattore da non sottovalutare nel rialzo delle temperature della regione artica.

Un riscaldamento veloce

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Rispetto alla media globale, l’Artico si sta riscaldando quattro volte più velocemente, aggravando di molto la situazione già esistente. Le temperature più alte favoriscono infatti incendi e rilascio di gas serra, provocando una reazione a catena che consente al permafrost di rilasciare maggiore quantità di gas.

Solo il 2023 ha registrato la seconda temperatura superficiale annuale più alta dal 1900, mentre il 2024 ha visto un’estate molto piovosa che non ha consentito alle grandi nevicate precedenti di attecchire anche se sono state abbondanti.

Secondo gli studiosi dell’Alaska Biological Reserch, molti indicatori climatici monitorati nella tundra artica stanno raggiungendo valori record molto preoccupanti. Ciò suggerisce che i cambiamenti climatici a lungo termine sono sempre più persistenti e non possono essere considerati semplici variazioni.

Tundra artica: immagini e foto

Da pozzo di carbonio, la tundra artica si è trasformata in uno dei principali emettitori, rappresentando un segnale allarmante con conseguenze a lungo termine del cambiamento climatico.