Inquinamento e cambiamento climatico aumentano i casi di dermatite atopica
A causa dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici i casi di dermatite atopica sono in aumento, soprattutto tra i neonati. Perché succede e come intervenire.

Cos’è la dermatite atopica?
Per dermatite atopica si intende una malattia cutanea infiammatoria cronica che si caratterizza per un difetto della barriera cutanea e per una risposta immunitaria alterata a sostanze irritanti e allergizzanti. La patologia può manifestarsi in qualsiasi momento della vita e comporta, solitamente, la comparsa di eczema accompagnato da intenso prurito.
Nei paesi industrializzati, i casi di dermatite atopica sono in costante aumento: in Europa e Stati Uniti si rileva che il 20% dei bambini e il 7-14% degli adulti ne sia affetto, il che è da ricondurre – anche e non solo – all’incremento dell’inquinamento atmosferico e ai cambiamenti climatici in atto.
Il rapporto tra dermatite atopica, inquinamento e cambiamento climatico
I dermatologi della SIDeMaST, Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse, confermano l’incidenza delle variazioni climatiche come cambio di temperatura, umidità dell’aria, carico di pollini ed esposizione ai raggi UV sui segni e sui sintomi della dermatite atopica. Recentemente, poi, anche l’inquinamento ambientale è entrato a far parte dei fattori di rischio, poiché aggraverebbe la patologia tramite una serie di meccanismi biologici, compresa la formazione di radicali liberi dell’ossigeno (ROS), la compromissione della barriera cutanea e lo stress ossidativo.
Di conseguenza, il contatto costante tra epidermide e ambiente inquinato non fa altro che alterare l’omeostasi, cioè il processo che mantiene stabili le condizioni interne dell’organismo e che, a sua volta, contribuisce allo sviluppo e all’acutizzazione delle malattie cutanee. I soggetti maggiormente a rischio sono i bambini, in particolare i neonati, perché più vulnerabili.
Come intervenire?
Per ridurre il rischio di sviluppare o di peggiorare i sintomi e le manifestazioni della dermatite atopica è necessario che si introducano politiche ambientali che limitino l’utilizzo di combustibili fossili e, al contempo, promuovano pratiche di gestione sostenibile del territorio.
L’inquinamento atmosferico va assolutamente ridotto e quanto più limitato, anche attraverso l’installazione di dispositivi di filtraggio dell’aria per gli spazi interni. Numerosi studi hanno, infatti, dimostrato che a causare o peggiorare la dermatite atopica è anche l’inquinamento atmosferico causato dal traffico stradale e dagli incendi. In alcuni casi, l’esposizione delle future mamme agli agenti inquinanti aumenta il rischio di sviluppo della dermatite atopica entro i primi 6 mesi di vita del nascituro.

E non finisce qui, perché l’inquinamento incide anche sul decorso della patologia: l’esposizione al biossido di azoto e particolato nei primi anni di vita non fa altro che aggravare la condizione. Ecco perché le visite dermatologiche nei Paesi con una qualità dell’aria molto scarsa sono in aumento.
Associando l’introduzione di pratiche ambientali sostenibili e trattamenti adatti alla dermatite atopica, è possibile tenere a bada la situazione. Già adesso, per esempio, alcuni dispositivi appositamente realizzati per il miglioramento della funzione della barriera cutanea riportano la dicitura “anti-pollution”, quindi anti-inquinamento; ciò significa che il rapporto tra inquinamento e malattie cutanee sta producendo evidenze scientifiche che, per fortuna, spingono alla sperimentazione di innovazioni terapeutiche volte a contrastare i sintomi di queste fastidiose patologie.