Il Vestito Verde: la piattaforma che contrasta il fast fashion
Il Vestito Verde è il nome della piattaforma online che contrasta il fast fashion fornendo informazioni utili e dettagliate riguardo la presenza sul territorio di sarti, botteghe artigiane e negozi etici, dove acquistare capi second hand e fattura locale e limitare l’impatto ambientale della moda usa e getta.
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L’industria tessile è da tempo nel mirino di ambientalisti e associazioni green a causa delle alte emissioni che produce per la realizzazione di capi usa e getta. Il cosiddetto fast fashion si è trasformato in un fenomeno dilagante, soprattutto grazie a prezzi bassi e rapidità nelle consegne. Dietro questi aspetti sicuramente positivi, però, si nasconde un prezzo ben più alto da pagare, fatto di:
- emissioni di CO2 enormi,
- poca circolarità,
- sprechi sul non utilizzato,
- rifiuti da gestire,
- resi che vengono buttati.
Sempre più persone iniziano a rendersi conto di questa realtà, e in Europa iniziano ad arrivare le prime restrizioni di legge. Parallelamente, però, cosa può fare chi non intende rinunciare alla qualità e ad un buon prezzo, ma non vuole cedere alla facilità del fast fashion? La risposta arriva da Francesca Boni, che ha ideato una piattaforma chiamata Il Vestito Verde: ecco cosa fa.
Il Vestito Verde

Francesca Boni aveva 17 anni quando ha visto il documentario The True Cost, che analizzando il mondo del fast fashion denunciava gli sprechi, lo sfruttamento e l’impatto ambientale della moda usa e getta. Laureata alla Bocconi e oggi ricercatrice, Francesca Boni sensibilizza sull’importanza delle scelte etiche e di un consumo consapevole, condividendo la sua esperienza su come avviare progetti a impatto positivo e come determinare il proprio stile nel rispetto dell’ambiente e dei lavoratori. Nel 2017, poi, lancia Il Vestito Verde, un database gratuito e accessibile a tutti che ha come scopo quello di allungare la vita dei capi e sostenere l’artigianato locale, contrastando sia il fast fashion a livello industriale che l’impatto ambientale che provoca.
Il progetto parte da un gruppo sui social, e nel corso del tempo matura fino a diventare una vera e propria mappa green, che aiuta migliaia di persone a non sentirsi inerti contro il fast fashion, e che fornisce informazioni utili e dettagliate sulla distribuzione di sarti, calzolai, brand etici e negozi di second hand su tutto il territorio italiano. Inoltre, gli utenti possono segnalare tramite moduli specifici nuovi brand, negozi o attività di riparazioni, e aggiornare le informazioni già presenti sulla piattaforma.
Lotta al fast fashion

Il concetto, poi, si amplia anche ai comportamenti degli utenti, e nasce la sezione blog del sito, dove Francesca spiega concetti chiave come il cost per wear o chiarisce la differenza tra ecopelle e pelle vegana. Inoltre, parla di come adottare un approccio che sia sostenibile a 360°, poichè:
Se una persona compra una scarpa sostenibile e poi al primo graffio la butta via, il comportamento non è sostenibile.
Il Vestito Verde è poi andato oltre i brand e i negozi per abbracciare l’intero ciclo di vita di un capo. Da un progetto partito in giovane età, quindi, si sviluppa ora la Mappa della Riparazione, che risponde al bisogno concreto di fare qualcosa, diffuso soprattutto tra le generazioni più giovani, che non hanno vissuto un’era pre-fast fashion e sono cresciuti con la logica dell’usa e getta. Per loro, sorge un sentimento di disorientamento quando si tratta di riparare, e la piattaforma intende fornire gli strumenti giusti non solo per eliminare questo smarrimento, ma anche per veicolare messaggi positivi, dall’economia circolare al supporto delle piccole aziende locali. Ora che anche l’UE contrasta il fast fashion, progetti come quello di Francesca possono davvero esprimere tutto il loro potenziale.