La dieta flexitariana può contribuire a limitare il riscaldamento globale
Adottare una dieta flexitariana potrebbe fornire un enorme contributo nel mantenere il riscaldamento globale entro i limiti stabiliti dall’Accordo di Parigi del 2015.

La lotta al riscaldamento globale e al cambiamento climatico non dipende soltanto dalle decisioni politiche. Ogni piccola azione compiuta individualmente può infatti creare un grande insieme di piccole azioni in grado di avere un’importanza fondamentale. Un concetto già sottolineato qualche anno fa da Jonathan Safran Foer nel libro intitolato “Possiamo salvare il mondo, prima di cena. Perché il clima siamo noi“. In quest’ottica, modificare le nostre abitudini alimentari è senz’altro uno di quei piccoli gesti che potrebbe fornire un contributo notevole.
La dieta flexitariana può contribuire a limitare il riscaldamento globale

La conferma è arrivata recentemente dallo studio “Food matters: Dietary shifts increase the feasibility of 1.5°C pathways in line with the Paris Agreement”, pubblicato su Science Advances da un gruppo di ricercatori del Potsdam-Instituts für Klimafolgenforschung (PIK).
Lo studio evidenzia come il passaggio globale verso una dieta più sana e sostenibile potrebbe rappresentare un’enorme leva per limitare il riscaldamento globale a 1,5° C, ossia la soglia stabilita dall’Accordo di Parigi del 2015.
La conseguente riduzione delle emissioni di gas serra aumenterebbe il carbon budget disponibile compatibile con la limitazione del riscaldamento globale a 1,5° C e consentirebbe di ottenere lo stesso risultato climatico con una minore rimozione di anidride carbonica e riduzioni meno rigorose delle emissioni di CO2 nel sistema energetico. Tutto ciò andrebbe a ridurre anche i prezzi delle emissioni, dell’energia e la spesa alimentare.
Abbiamo scoperto che una dieta più sostenibile e flessibile aumenta la fattibilità degli obiettivi climatici dell’Accordo di Parigi in diversi modi. La riduzione delle emissioni di gas serra legate ai cambiamenti nella dieta, in particolare del metano proveniente dai ruminanti allevati per la loro carne e il loro latte, ci consentirebbe di estendere il nostro attuale budget globale di CO2 di 500 gigatonnellate di altre 125 gigatonnellate e di rimanere comunque con una probabilità del 50% entro i limiti degli 1,5° C
ha affermato Florian Humpenöder, co-autore principale dello studio.
Un’alimentazione a base vegetale

La nuova ricerca ha analizzato nello specifico come i cambiamenti nella dieta potrebbero contribuire alla fattibilità di percorsi di trasformazione a 1,5° C rispetto a uno scenario senza cambiamenti nella dieta.
Per raggiungere il proprio scopo, il team di ricercatori ha utilizzato l’ open-source Integrated Assessment Modelling framework REMIND-MAgPIE, grazie al quale è stato possibile simulare i percorsi per restare entro la soglia di 1,5° C. Uno di questi percorsi include cambiamenti dietetici a livello globale verso la “EAT-Lancet Planetary Health Diet by 2050″.
La dieta planetaria per la salute EAT-Lancet è una dieta flessibile – flexitariana – che, tra le altre cose, prevede prevalentemente un’ampia varietà di alimenti a base vegetale, una marcata riduzione dei prodotti animali, soprattutto nelle regioni a reddito medio e alto, e un apporto limitato di zuccheri aggiunti
ha spiegato Isabelle Weindl, una delle autrici dello studio.
Tuttavia, non è per niente semplice mettere in moto una transizione su scala planetaria verso una dieta sostenibile, come sottolineato dagli stessi scienziati del PIK:
Il processo decisionale in materia di politica alimentare è spesso disperso tra diverse istituzioni e ministeri, il che ostacola l’attuazione di politiche coerenti a sostegno di diete sane. Inoltre, l’inclusione sociale e i sistemi di compensazione sono fondamentali per una giusta transizione verso un’alimentazione sana.
Non si possono però negare i benefici che potrebbero derivare da un tipo di alimentazione diversa, ed è per questo motivo che bisogna compiere tutti gli sforzi necessari per creare un nuovo tipo di cultura:
I risultati indicano che un cambiamento nella nostra dieta potrebbe fare una differenza considerevole se non vogliamo superare il limite di 1,5° C nei prossimi 10-15 anni. Questo richiede sforzi concertati a livello globale per sostenere la transizione verso diete sane e sostenibili
ha dichiarato Johan Rockström, direttore del PIK e coautore dello studio.