Il cibo per cani inquina più dell’uomo: lo studio che sorprende tutti

Autore:
Erika Fameli
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L’impatto ambientale del cibo per cani è più alto di quello dell’uomo: uno studio dell’Università di Edimburgo apre il dibattito sull’inquinamento provocato dai croccantini per cani, che hanno un’influenza molto più ampia di quanto si possa pensare sulla crisi climatica.

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Le Università di Edimburgo ed Exeter hanno pubblicato il più ampio studio mai realizzato sull’impatto ambientale del cibo per cani, rivelando una verità sconvolgente: l’influenza sulla crisi climatica è superiore rispetto a quella provocata dal cibo umano. A rappresentare la minaccia più pericolosa per l’ambiente sono i prodotti premium e ricchi di carne, poichè sono in grado di generare un’impronta di carbonio alimentare estremamente elevata.

Soprattutto i cibi umidi, crudi e ad alto contenuto di carne provocano emissioni di gas serra nettamente superiori rispetto al cibo secco, e, in aggiunta, richiedono anche più risorse per la loro produzione, più energia e filiere più impattanti. Ecco cosa rivela lo studio scozzese e cosa si può fare per tentare di limitare i danni senza rinunciare alla qualità del cibo degli amici a quattro zampe.

L’impatto ambientale del cibo per cani

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Fino ad oggi non era mai stato condotto uno studio apposito sull’impatto ambientale del cibo per cani, ma le Università di Edimburgo ed Exeter hanno analizzato la materia e restituito un’analisi dettagliata e approfondita sul tema. Quello che emerge maggiormente, è l’inquinamento sia diretto che indiretto dei croccantini umidi crudi e ad alto contenuto di carne, che provocano emissioni di gas serra altissime. Inoltre, queste tipologie di cibo per cani richiede un impiego maggiore di risorse rispetto ai cibi secchi, così come una filiera produttiva più impattante e una quantità maggiore di energia, il che contribuisce ad aggravare notevolmente la pressione sugli ecosistemi e sulle risorse naturali.

Lo studio rivela che solo nel Regno Unito la produzione di cibo per cani si traduce nell’1% delle emissioni totali di gas serra nazionali, una quota impressionante, se si considera che rappresenta un solo settore alimentare. Tra i prodotti analizzati, quello con l’impatto maggiore genera 65 volte più emissioni rispetto a quelli meno impattanti. Questo vuol dire che, se a livello globale si producesse una quantità di cibo analoga a quella analizzata, si genererebbero emissioni pari a più della metà di quelle prodotte ogni anno dai voli commerciali.

Ridurre l’impatto senza rinunciare alla qualità

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A provocare questo altissimo impatto ambientale è l’uso intensivo di carne di prima scelta, supportata da allevamenti ad alta intensità e da processi produttivi fortemente emissivi. Di contro, le carni meno pregiate dello stesso animale riducono gli sprechi e limitano le emissioni dannose. In particolare, i cibi secchi risultano essere i più leggeri per l’ambiente, poiché richiedono meno risorse per la loro produzione e hanno una filiera più corta. Per riuscire ad abbassare i livelli di carbonio da pet food, quindi, il primo passo possono farlo direttamente i proprietari, anche senza rinunciare alla qualità:

  • leggere attentamente le etichette,
  • preferire i prodotti con meno carni di prima scelta,
  • acquistare più cibo secco che umido,
  • valutare anche gli alimenti a base vegetale.

Ovviamente, per permettere ciò, le etichette devono essere chiare e trasparenti. Questo studio dimostra che, nell’ottica di rispondere alla crisi climatica, anche i cibi per animali devono rispettare criteri più rigidi e standard più virtuosi. Lo stesso John Harvey, responsabile dello studio, afferma che:

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È importante che i proprietari sappiano che scegliere alimenti senza cereali, umidi o crudi può comportare impatti più elevati rispetto alle crocchette secche standard. L’industria del pet food dovrebbe assicurarsi che i tagli di carne utilizzati siano quelli normalmente consumati dagli esseri umani, e che l’etichettatura sia chiara.

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