L’inquinamento riduce la probabilità di successo della fecondazione in vitro
L’esposizione al particolato fine (PM) può ridurre anche del 40% la buona riuscita della fecondazione in vitro. Lo studio presentato in occasione della conferenza annuale della Società Europea di Riproduzione Umana ed Embriologia (ESHRE)

Sono sempre più numerose le coppie che, non riuscendo ad avere figli naturalmente, ricorrono alla fecondazione in vitro. Secondo i dati trasmessi dal Ministero della Salute, il 37,1% delle coppie ricorre a questa procedura tra le tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA) disponibili.
L’inquinamento è rischio di aborto
La fecondazione in vitro, al pari di tutte le altre tecniche di PMA, non garantisce un risultato di successo. Le coppie, spesso, devono sottoporsi a più trattamenti per avere un maggior numero di possibilità e, nonostante la ricerca stia compiendo passi da gigante, i fattori di rischio sono sempre dietro l’angolo.
Secondo un nuovo studio, presentato in occasione della 40esima conferenza annuale della Società Europea di Riproduzione Umana ed Embriologia (ESHRE), uno dei fattori che influirebbe negativamente sulla buona riuscita della fecondazione in vitro è proprio l’esposizione al particolato fine (PM), che può ridurne le probabilità di successo anche del 40%.
Lo studio
Lo studio in questione è stato svolto a Perth, in Australia, nell’arco di 8 anni; in tutto questo periodo, sono stati monitorati oltre 3mila tentativi di trasferimenti di embrioni congelati in circa 2mila pazienti con un’età media di 34,5 anni all’inizio della procedura e di 36,1 anni al momento dell’impianto degli ovociti.
Durante la procedura, i ricercatori hanno misurato la quantità di PM a cui le donne sono state esposte; l’obiettivo era di comprendere se, come e con quale entità l’inquinamento atmosferico potesse incidere sull’esito della gravidanza e, soprattutto, sulla sopravvivenza dei feti.
Più in particolare, le misurazioni sono state effettuate su ogni donna in quattro momenti ben precisi e distinti: a distanza di 3 mesi, 4 settimane, 2 settimane e 24 ore prima dal recupero degli ovociti. Successivamente, in base ai livelli di PM10 e PM2,5 rilevati, le partecipanti sono state dividi in gruppi.
I risultati dello studio
Il risultato è stato il seguente: maggiori erano i livelli di inquinanti minori e minori erano le probabilità che la fecondazione in vitro andasse a buon fine. Più precisamente, il gruppo di donne esposto a livelli significativi di PM10 ha registrato una riduzione del 38% della probabilità di successo della gravidanza.
Non solo perché, come sottolineato in occasione della conferenza dai ricercatori, la riduzione della probabilità di successo è stata riscontrata anche in quelle pazienti che erano state esposte a concentrazioni di particolato fine di poco maggiori a quelle raccomandate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).
Ciò significa che l’esposizione al particolato fine è rischioso a prescindere dalle concentrazioni e che può influire negativamente sull’esito di una gravidanza, anche in donne che vivono in luoghi dove la qualità dell’aria è relativamente buona.

Il problema di base è che il PM è una sostanza estremamente insidiosa poiché riesce a infiltrarsi molto facilmente nell’organismo, arrivando addirittura a cuore, polmoni e placenta, mettendo quotidianamente a rischio la salute delle persone, anche dei più piccoli e ancora prima che nascano.
Basti pensare che, secondo dati Unicef, l’inquinamento uccide ben 700 mila bambini ogni anno.
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