L’incredibile cambiamento della flora in Italia: clamorose rivelazioni di uno studio inglese

Autore:
Roberta Ciervo
  • Laurea in Lingue e Culture Straniere
Tempo di lettura: 4 minuti

Prendendo in esame migliaia di esemplari di fiori secchi dalla collezione di un naturalista del 1500, la Royal Society svela nuovi segreti.

erbario antico
Photo by Fiery Phoenix – Shutterstock

La Royal Society, l’importantissima associazione scientifica britannica, ha pubblicato l’8 novembre scorso un articolo di ricerca, “Botanical memory: five centuries of floristic changes revealed by a Renaissance herbarium (Ulisse Aldrovandi, 1551-1586)“. In questo studio, i ricercatori hanno preso in esame la collezione di Ulisse Aldrovandi, un naturalista del 1500, per documentare il cambiamento avvenuto nella flora del Nord Italia nel corso di cinque secoli.

L’erbario, ossia un compendio atto a descrivere il regno vegetale, compilato da Aldrovandi tra il 1551 e il 1586, presenta 5.000 piante e fiori essiccati raccolti sulle colline bolognesi. Lo scopo originario della raccolta era identificare e comprendere gli usi farmaceutici delle specie vegetali.

Molte di queste specie sono oggigiorno scomparse o a rischio di scomparire. Inoltre, secondo le parole dei ricercatori, la qualità stessa della flora è diminuita.

L’herbarium di Aldrovandi

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Photo by Jochen Schoenfeld – Shutterstock

Considerato uno dei più ricchi compendi del suo tempo, l’erbario di Ulisse Aldrovandi è diviso in 15 libri, ognuno dei quali comprende fino a 580 esemplari incollati sulle pagine. Ogni esemplare è accompagnato da note sulla frequenza della specie, abbondanza e usi medicinali.

Secondo i ricercatori, questo erbario presenta un valore storico e scientifico inestimabile, considerando la dettagliata classificazione raccolta tra le sue pagine. Infatti, nell’articolo i ricercatori sostengono che

L’erbario di Aldrovandi conserva la memoria dei primi segni di una radicale trasformazione della flora e degli habitat europei.

Una parte di questa trasformazione può essere attribuita all’introduzione massiccia di specie non native. Infatti, durante il periodo della formazione della collezione di Aldrovandi, solo il 4% di fiori erano di origini americane ed erano quasi esclusivamente coltivati in giardini privati o giardini botanici. Da allora, c’è stato un aumento del 1000% di fiori non autoctoni.

E ciò, secondo le parole del dottor Fabrizio Buldrini dell’Università di Bologna, il ricercatore principale dello studio, suggerisce un intervento rilevante dell’uomo.

Le scoperte dello studio

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Per comprendere com’è cambiata nel tempo la flora dell’Emilia-Romagna, il team guidato da Buldrini ha confrontato l’erbario di Aldrovandi con le collezioni di Girolamo Cocconi del 1883 e i documenti raccolti tra il 1965 e il 2021.

In particolare, i dati riportati dall’articolo di ricerca mostrano tre importanti risultati.

Innanzitutto, sono stati riscontrati segnali di cambiamento climatico già a partire dal confronto con la flora presente nel 1800. Infatti, dalle collezioni di Cocconi si comprende come la frequenza delle specie di alta montagna sia aumentata di molto rispetto al 1500. Ciò è probabilmente dovuto agli effetti della “Piccola Era Glaciale” avvenuta tra la metà del XIV secolo fino alla metà del XIX secolo.

In secondo luogo, come già accennato in precedenza, è evidente dagli studi una crescita esponenziale dell’introduzione delle specie “aliene” a partire dal Rinascimento in poi. In effetti, già nell’erbario di Aldrovandi è riscontrabile un primo segnale della trasformazione della flora e dell’habitat europei attribuibile all’intervento umano.

Non per ultimo, lo studio intende dimostrare l’importanza di queste raccolte storiche. Secondo le parole di Buldrini,

“Una recente tendenza scientifica è quella di respingere queste collezioni, che sono considerate come carichi inutili, ingombranti e polverosi – molto costosi da immagazzinare e mantenere e praticamente infruttuosi per la ricerca moderna. Non c’è niente di più sbagliato: gli erbari sono banche dati indispensabili e insostituibili per molti campi di ricerca”.