Le emissioni belliche: le guerre fanno paura anche all’ambiente

Autore:
Roberta Ciervo
  • Laurea in Lingue e Culture Straniere
Tempo di lettura: 4 minuti

Le guerre non sono distruttive solo per la popolazione: l’impatto del settore militare sull’ambiente è molto più alto di quanto si pensi.

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Comprendere quanto e in che modo le guerre e il settore militare influiscano sull’emissioni e sul cambiamento climatico è difficile. A partire dal protocollo di Kyoto del 1997 e, in seguito, con l’Accordo di Parigi del 2015, gli Stati hanno avuto carta bianca sulla contabilizzazione delle proprie emissioni militari. Per questo motivo, non tutti i governi sono trasparenti su questo punto, rendendo impossibile una ricostruzione del peso carbonico del settore. Così facendo, diventa altrettanto difficile definire i percorsi di mitigazione dell’impatto.

Con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, è stato affiancato alla COP27 del 2022 un evento per affrontare il tema della relazione tra conflitti e clima. L’obiettivo principale dell’incontro era stato quello di discutere i cambiamenti delle politiche europee legate al conflitto.

C’è da ricordarsi che, antecedentemente allo scoppio del conflitto, la Russia era tra i principali fornitori di gas in Europa. Quindi, la preoccupazione riguardava l’aumento di combustibili fossili non solo come soluzione d’emergenza, ma anche come politica energetica a lungo termine.

È chiaro, da questo esempio, come i conflitti non abbiano solo un impatto sul clima in modo diretto, ma sono in grado di portare a reazioni e decisioni governative poco raccomandabili in ambito climatico.

Le emissioni del settore militare in tempo di pace e in tempo di guerra

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Photo by Anas-Mohammed – Shutterstock

Nonostante non esistano dati precisi per quantificare le emissioni del settore militare sia in tempo di pace che in tempo di guerra, possiamo farci un’idea generale. Ma andiamo con ordine. In tempo di pace, ci sono da considerare vari aspetti.

Innanzitutto, ci sono le emissioni dovute allo spostamento di militari, mezzi di trasporto (tra cui mezzi pesanti), armi ed equipaggiamento.

Poi, le emissioni sono legate anche al sostentamento e la manutenzione delle basi militari, le quali devono essere rifornite di cibo e carburanti, e devono essere riscaldate nella stagione fredda e rinfrescate nella stagione calda. Inoltre, bisogna non dimenticarsi che l’industria bellica continua a produrre durante i tempi di pace.

Per quanto riguarda, invece, i tempi di guerra, ovviamente le emissioni aumentano vertiginosamente. Oltre alle emissioni che già avvengono nei tempi di pace, si aggiungono altri fattori inquinanti.

Le esplosioni e le armi incendiarie causano distruzione di infrastrutture, aree industriali (con rilascio di sostanze nocive) e aree di vegetazione. In particolare, con la pratica del gas flaring, vengono incendiate e distrutte infrastrutture di produzione, stoccaggio e trasporto del petrolio.

Infine, un altro punto rilevante è quello delle emissioni indirette. Come accennato in precedenza con l’esempio della guerra in Ucraina, i mercati energetici sono colpiti dai conflitti, nonostante resti il bisogno di carburante. Ciò fa sì che i governi tendano a rivolgersi ad alternative più inquinanti e dannose per l’ambiente.

Anche le missioni umanitarie impattano l’ambiente

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Un ulteriore aspetto da considerare, che rappresenta una conseguenza delle guerre, è l’impatto delle missioni umanitarie. Nonostante la necessità del lavoro dei volontari, purtroppo bisogna dirlo. La loro notevole carbon footprint è legata alla fornitura di cibo, acqua e riparo per i civili colpiti. I campi profughi rilasciano grandi quantità di carbonio in seguito a cambiamenti di paesaggio.

Le agenzie umanitarie stanno, però, cercando di avviare una transizione energetica. Ma la strada è parecchio ardua.