Ghost Net: reti da pesca riciclate per produrre energia
Un progetto tutto italiano mira a ripulire i nostri mari dalle reti da pesca abbandonate per trasformarle in energia.

Costituiscono circa il 94% dei rifiuti legati alla pesca che contaminano i fondali marini le cosiddette “Ghost Net“, ovvero le reti da pesca abbandonate in mare. Questi rifiuti marini sono ora al centro di un progetto tutto italiano per la pulizia dei fondali e il recupero di materiali volto al riciclo.
Il progetto sulle Ghost Net, inserito all’interno del più ampio progetto PNRR MER (Marine Ecosystem Restoration), prevede, grazie alla collaborazione dell’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), il recupero delle reti abbandonate tramite un lavoro svolto in diverse tappe.
Le diverse tappe del progetto Ghost Net

Come spiega Cecilia Silvestri, biologa marina e responsabile Ghost Net dell’ISPRA, si tratta di un lavoro scomposto in più fasi. Innanzitutto, bisogna analizzare l’interazione che le reti hanno con le specie presenti nell’area specifica in cui si trovano. La valutazione è svolta per comprendere fino a che punto valga la pena di rimuoverle. Inoltre, in questa fase si considera se convenga rimuoverle totalmente o in parte.
L’ispezione visiva avviene attraverso dei robot sottomarini, i ROV (remote operated vehicle). Questi robot sono muniti di telecamere ad alta definizione e sono in grado di raccogliere tutte le informazioni necessarie.
Successivamente alla fase di valutazione, si dà il via alla fase di rimozione. Per questa fase, si utilizzano ancora una volta dei ROV con braccia meccaniche per tagliare e maneggiare le reti a profondità superiori ai 40 metri.
Infine, il materiale recuperato viene inviato in laboratori di analisi per stabilire la possibilità effettiva di recupero. Ciò è importante perché la lunga permanenza in mare delle reti potrebbe compromettere il loro riciclo.
Ricavare energia dalle Ghost Net

Come anticipato in precedenza, il progetto di recupero di reti abbandonate in mare mira anche a ricavare energia. Questo è possibile attraverso il processo di pirogassificazione. Si tratta di un processo di conversione termochimica che prevede il riscaldamento della materia organica ad alte temperature in modo da scomporla. Così facendo, si ottiene il “syngas”, il quale è ricco di idrogeno.
Francesco Regoli, direttore del dipartimento di Scienze della vita e dell’ambiente dell’Università Politecnica delle Marche, sta lavorando alla pirogassificazione già dal 2020. Il suo team ha sperimentato il riscaldamento della materia organica superando gli 800 gradi. Il risultato ottenuto è una miscela di monossido di carbonio e idrogeno utilizzabile per caricare batterie di veicoli elettrici.
Il team, in collaborazione con Marevivo, ha sviluppato un sistema delle dimensioni di un container, il quale è in grado di raccogliere 12 tonnellate di plastica. Con un solo chilo, inoltre, è in grado di illuminare un intero appartamento per un giorno. Ma il lavoro non è ancora finito. Regoli, infatti, dice:
Ora vogliamo ridurre ulteriormente le dimensioni, mantenendo una velocità di lavoro di 10 kg all’ora. Realizzeremo un furgone che si sposta dove serve, per limitare il trasporto di rifiuti e trasformarli in loco, anche per far aumentare la consapevolezza del loro impatto.